Relatrice: Marilena Vimercati, già docente di sociologia. Componente Direttivo CESPI
Colonizzazione e decolonizzazione: una definizione
La colonizzazione, oggetto delle due precedenti lezioni, non è solo un evento storico in termini di dominio fisico e politico di un territorio da parte di una potenza straniera, ma in senso metaforico si riferisce un modello culturale, linguistico o economico che si impone sugli altri. Ne è un esempio la colonizzazione linguistica, cioè la presenza dominante nella lingua italiana di termini inglesi nel quotidiano (smartphone, app, download, social, shopping, team, call, location ecc… ) e che è una forma di “occupazione” terminologica. Parliamo di colonizzazione economica quando grandi aziende si impongono sul mercato con i loro prodotti o quando l’espansione dei centri commerciali sottrae spazio alle piccole realtà commerciali. In casi estremi la colonizzazione può portare all’annullamento delle identità individuali di interi gruppi considerati “indesiderati”, come accaduto nei campi di concentramento dove le persone erano spogliate di tutto e ridotte a un numero.
In senso storico decolonizzazione vuol dire liberare un paese da un dominio straniero; metaforicamente significa acquisire dati oggettivi e fare esperienze dirette entrando in contatto con persone diverse da noi, prestando ascolto alle loro storie perchè ogni uomo ha una storia a sé e un bagaglio culturale che si porta dietro anche quando si sposta in un paese diverso dal suo: la religione, la cucina, il modo di abbigliarsi, le abitudini sono tutti elementi culturali che apprendiamo fin da piccoli. Ciò vale anche per noi che riteniamo “naturali” le nostre abitudini ma che invece sono frutto di apprendimento. Decolonizzare lo sguardo significa allora smontare le strutture mentali e i pregiudizi con cui osserviamo il mondo, per passare da una visione “centrata su noi stessi” a una comprensione autentica dell’altro.
Il processo di decolonizzazione
Il primo passo è acquisire consapevolezza dei luoghi comuni e degli stereotipi di cui siamo vittime e che limitano la nostra visione: quando osserviamo il fenomeno migratorio, spesso lo facciamo attraverso lenti distorte. Un ostacolo è rappresentato dalle barriere linguistiche: la mancanza di una lingua comune spesso impedisce l’incontro. Un altro ostacolo sono i fraintendimenti culturali: interpretiamo i gesti altrui usando i nostri codici, creando incomprensioni.
Cos’è uno stereotipo? Il termine nasce nel 1795 in ambito tipografico (dal greco stereos “rigido” e typos “impronta”): originariamente indicava un metodo di stampa, ma oggi descrive una “scorciatoia mentale”, è un’opinione preconfezionata, semplificata e rigida applicata a un intero gruppo di persone. Esempi di stereotipi di genere: “Le donne sono portate per natura alla cura della famiglia”, stereotipi culturali: “I francesi sono romantici”, “I tedeschi sono rigorosi”. Lo stereotipo semplifica la realtà sociale che è sempre complessa, viene condiviso dall’opinione pubblica e si trasforma facilmente in pregiudizio, cioè in un giudizio dato prima di conoscere e infine può sfociare in discriminazione che è l’azione di escludere l’altro perché considerato inferiore.
Un esempio emblematico di come la nostra cultura influenzi la visione del mondo sono le carte geografiche che non sono neutre: nei nostri planisferi, l’Europa è al centro; in Cina le mappe pongono la Cina al centro del mondo; altre carte geografiche esprimono il punto di vista dei paesi del sud del mondo capovolgendo di 180° la mappa cui noi siamo abituati: la “verità” geografica dipende da dove ci si siede perché non esiste un centro assoluto del mondo, ma solo diversi punti di vista.
Un altro passo consiste nell’acquisire dati oggettivi sul fenomeno a partire dal conoscere le rotte migratorie del mare: rotte del Mediterraneo centrale e Mediterraneo orientale che portano alla Libia e Tunisia, principali paesi di imbarco per l’Europa, e rotte del Mediterraneo occidentale che puntano alla Spagna e alle isole Canarie, e le rotte terrestri. Dati specifici che riguardano il nostro paese sono pubblicati nell’ultimo rapporto sulla migrazione in Italia per il 2025 e redatto dall’ISMU – Istituto Studi sulla Mobilità Umana – che ogni hanno per conto del Ministero dell’Interno “fotografa” il fenomeno con dati quantitativi e qualitativi. Il rapporto evidenzia ad esempio che gli stranieri residenti in Italia nel 2025 provengano dai paesi dell’Est Europa con un’alta prevalenza femminile per Ucraina, Romania e Polonia, che la religione più presente è quella cristiana comprendente quella cattolica, ortodossa e copta, che il 10% delle famiglie è composto da famiglie in cui è presente almeno un componente straniero, che in ambito lavorativo la percentuale di stranieri si è stabilizzata sul 10/11%.
In sintesi, cosa significa decolonizzare? Se in politica significa liberare un paese dal dominio straniero, in ambito sociale e umano significa liberare la nostra mente: acquisire dati reali, sostituire i luoghi comuni con informazioni verificate; ma soprattutto fare esperienza diretta, incontrando le persone invece di immaginarle; praticare un ascolto attivo per sfatare i luoghi comuni e capire che ogni essere umano è una storia a sé, non un’etichetta applicata su un passaporto.
Per visualizzare le slide utilizzate dalla relatrice Marilena Vimercati durante la lezione cliccare qui
PER APPROFONDIRE
Gli stereotipi: cosa sono (video di psicologia sociale)
Gli stereotipi italiani sui migranti (video per Emergency)
Video sui Planisferi interculturali
Video sulle rotte migratore
Articolo del Corriere della Sera del 26 febbraio 2026 con una sintesi del rapporto ISMU sulle migrazioni in Italia
