Relatore: Salvatore Sinagra, Comitato Scientifico CESPI
Visegràd
Il Gruppo di Visegrád, noto anche come V4 è un alleanza regionale e culturale dell’Europa centro-orientale composta da 4 paesi: Polonia, Reubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria. Istituita il 15 febbraio 1991 con la Dichiarazione siglata nella cittadina ungherese di Visegrád, l’alleanza nacque per favorire l’integrazione di questi Paesi nell’Unione Europea e nella NATO e per recidere i vecchi legami con il blocco sovietico.
Nel 2006, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria e Slovacchia stavano uscendo da una transizione post-comunista che, in appena dieci anni, aveva portato cambiamenti rapidissimi. In Polonia, lo storico divario economico e sociale tra le grandi città e le campagne si era progressivamente colmato. Eppure, i paesi dell’ex blocco sovietico sono sempre stati molto diversi tra loro per lingua e religione. Una volta caduto il comunismo, che faceva da collante forzato, la costruzione di una nuova identità nazionale si è rivelata complessa, considerando anche i diversi trascorsi storici: Slovacchia e Croazia, ad esempio, erano state Stati satellite della Germania nazista.
Le due velocità dei paesi “sopra” e “sotto” il Danubio
Nella letteratura geopolitica degli anni ’90 si faceva una netta distinzione geografica: i paesi “sopra il Danubio” (Polonia, Ungheria, Slovacchia) mostravano una ripresa solida, mentre quelli “sotto il Danubio” (Romania, Bulgaria) stentavano a stare in piedi. Come spesso accade, il Nord cresceva più velocemente del Sud. Nel frattempo, la Jugoslavia si dissolveva nei conflitti balcanici.
Nonostante le difficoltà, la crescita complessiva e il miglioramento del benessere sono stati innegabili. Nessuno di questi Stati rimpiange il sistema sovietico, anche perché l’ingresso nell’Unione Europea li ha inondati di fondi strutturali. Il culmine di questa crescita è stato raggiunto intorno al 2019, “età dell’oro” in cui la disoccupazione nella regione era scesa al 3% (praticamente piena occupazione), mentre per fare un paragone, nel 2014 l’Italia registrava un tasso di disoccupazione del 13%.
Se negli anni ’90 l’approdo alla democrazia liberale sembrava un destino scritto e inevitabile, col tempo qualcosa si è bloccato, innescando una deriva autoritaria. Il problema principale è risieduto nella mancata redistribuzione della ricchezza, i salari sono rimasti bassi, generando una profonda insoddisfazione rispetto alle aspettative di raggiungere gli standard di vita occidentali.
Paradossalmente, le cose sono andate meglio nei paesi strutturati e a forte tradizione industriale (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria), i quali però sono stati penalizzati da aspettative sociali troppo alte. Al contrario, paesi usciti da situazioni più disastrate, come la Serbia o la Bulgaria, si sono agganciati all’orbita europea con pretese iniziali molto più basse. Ad alimentare il risentimento e il neonazionalismo ha contribuito anche la struttura economica: i settori chiave sono finiti in mano a multinazionali straniere, i cui centri decisionali e i cui capitali risiedono all’estero.
Nel 2015 davanti all’emergenza migranti, la Commissione Europea sottolinea che, trattandosi di un’Unione, non si possono lasciare Italia, Grecia e Spagna al loro destino, proponendo un sistema di ricollocamento obbligatorio dei migranti. La Commissione si scontra però con il muro compatto di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia.
Questo rifiuto avviene nonostante il grave problema della bassa natalità che affligge la regione. Ungheria e Polonia hanno bisogno di manodopera, tanto che lo stesso Orbán è stato costretto a promettere l’importazione di lavoratori stranieri.
Il nazionalismo in Ungheria: il sistema Orban
L’Ungheria coltiva da sempre il mito della grande nazione, legata ai fasti dell’Impero Austro-Ungarico, e mal sopporta la ferita infertale dal Trattato di Trianon del 1920, il trattato di pace con cui le potenze vincitrici della prima guerra mondiale stabilirono le sorti del Regno d’Ungheria in seguito alla dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. In base a questo trattato, firmato il 4 giugno 1920 nel palazzo del Grand Trianon di Versailles, l’Ungheria venne ridotta a un terzo del suo precedente territorio e dovette cedere ai Paesi confinanti oltre un terzo della sua popolazione.
Viktor Orbán, che ha governato il Paese per ben 5 mandati (il primo dal 1998 al 2002, e poi ininterrottamente dal 2010 al 2026, ha applicato la “democrazia illiberale”, un modello caratterizzato da un capitalismo pilotato dal premier che decide quali sono gli interessi del paese, dove imprenditori fedeli al regime acquistano i media per allinearli alle linee guida del governo.
Sono da ricordare le leggi restrittive contro i diritti LGBTQ+ e i migranti, una Costituzione riscritta a misura di partito, salari bassi e licenziamenti facili, che trasformano di fatto l’Ungheria in una sorta di “piccola Cina “. Già nel 2018 l’eurodeputata Judith Sargentini aveva presentato un rapporto al Parlamento Europeo nel quale denunciava le violazioni dello Stato di diritto e affermava che nel Paese non vi erano più i presupposti per una democrazia.
Il sistema Orbán è entrato in crisi profonda a causa del rallentamento economico e di un’inflazione che ha superato il 15%, provocando forti sofferenze alla popolazione. Nelle elezioni del 2026, Orbán è stato sconfitto da Péter Magyar, leader del partito di centro-destra, uomo di Orbán, che ha conquistato il governo con un programma incentrato sulla lotta alla corruzione e alI’inflazione, ha revocato lo stato di emergenza, ereditato dai tempi del Covid e mai tolto da Orbán, e chiesto lo sblocco dei fondi europei.
Il nazionalismo in Polonia
I polacchi mantengono la percezione di essere una grande potenza e considerano i progressi economici finora raggiunti ancora insufficienti. La storia politica recente del Paese è stata segnata dal PiS (Prawo i Sprawiedliwość, o Diritto e Giustizia), il principale partito di destra nazional-conservatore e populista in Polonia: fondato nel 2001 dai fratelli Kaczyński, ha guidato il Paese dal 2015 al 2023 con un’anomalia unica che li vide ricoprire contemporaneamente le cariche di Presidente e Primo Ministro tra il 2006 e il 2007.
Dal 2015 il PiS ha avviato una controversa riforma della giustizia che metteva la magistratura sotto il controllo politico, che il Parlamento Europeo ha contestato nel 2015. Dopo anni di governo nazionalista, le elezioni hanno riportato al governo una coalizione europeista guidata da Donald Tusk che ha vinto anche grazie a un milione di voti progressista a cui deve dare risposta ma il presidente Karol Nawrocki, usa il suo potere per frenare le riforme.
Il nazionalismo nella Repubblica Ceca
La Repubblica Ceca si è sempre distinta come la realtà più democratica della regione. L’involuzione politica è legate alle figure Miloš Zeman, storico presidente, con posizioni filorusse e per certi versi accostato allo stile politico di Silvio Berlusconi, e del magnate Andrej Babiš, che si focalizza sulla difesa degli interessi economici nazionali. Governa dal 2025 dopo un primo mandato dal 2017 -2021.
Dopo la I guerra mondiale il Paese visse la tragedia dell’espulsione forzata di quasi tre milioni di uomini “ Sudeti” con una dinamica simile a quella degli esuli italiani d’Istria e Dalmazia. Questa ferita storica riemerge ciclicamente nel dibattito pubblico, rendendo il tema delle minoranze e della sovranità nazionale un argomento estremamente sensibile per l’elettorato ceco.
I modelli politici sviluppati in Polonia e in Ungheria negli ultimi quindici anni non sono rimasti isolati. Al contrario, sono diventati formule ideologiche esportate e imitate dai movimenti della destra populista e sovranista in tutto il mondo, trovando sponde importanti sia negli Stati Uniti di Donald Trump, sia nell’Argentina di Javier Milei, sia in diverse forze dell’attuale governo italiano.
