sabato, 31 Ottobre, 2026
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Piccolo viaggio nell’Europa Centrale e postcomunista che spera nell’estrema destra.

di Salvatore Sinagra (Comitato scientifico CESPI)

Le radici postcomuniste del voto ad AFD

Il 6 settembre scorso le elezioni statali in Sassonia-Anhalt, un piccolo Stato con circa 2 milioni di abitanti, si sono concluse con il successo di AFD. Il partito di estrema destra è in crescita in tutto il territorio tedesco, i sondaggi gli attribuiscono poco meno del 30%, tuttavia ottiene i suoi migliori risultati nell’ex DDR, per questo non pochi ritengono il voto all’estrema destra un effetto più o meno diretto del passato comunista, Ma è sensato spiegare i risultati elettorali di oggi con vicende conclusesi quasi quattro decenni fa?

Qui distinguerò tra i nuovi paesi o stati membri dell’UE, paesi postcomunisti che sono entrati nell’Unione con le trattative ed un processo di adesione durato anni, e la ex-DDR, che ha avuto processo di adesione più rapido e finanziato dai tedeschi occidentali, con l’incorporazione nella Germania Federale.

Il mio viaggio nei paesi postcomunisti inizia nell’autunno 2006 a Praga e idealmente termina al Museo sul confine, nei pressi della stazione Ferroviaria tra Gorizia e Nova Gorica, tra l’Italia e la Slovenia a ottobre 2023.  Parlo di viaggio ideale perché in questi anni, per convegni, per piacere, per andare al mare e per seguire elezioni, tra cui quelle ungheresi del 2026 che hanno decretato la fine dell’era Orbán, ho continuato a visitare paesi con un passato comunista anche dopo Nova Gorica. Tra Praga e Nova Gorica vi sono state vicende storiche globali e locali sconvolgenti. Se nel 2006, per parafrasare Francis Fukuyama, non credevo più la storia fosse finita, nel 2023 avevo ormai la certezza che la storia fosse diventata irrimediabilmente complicata.

Quando inizia ad occuparmi di paesi postcomunisti nel 2006, avevo 22 anni, e tra le altre cose che facevo frequentavo due corsi di Scienze Politiche all’Università di Economia di Praga. Tutto iniziò un pomeriggio di settembre, quando il professor Crawford[1] ci buttò sul banco un foglio di word in cui ci raccontava come i cechi, che sostenevano di non potersi permettere un’automobile nuova, contro pagamento di una mancia, ottenevano una revisione per un’automobile non a norma. Il professor Crawford coordinava un insegnamento sull’allargamento dell’UE ai paesi postcomunisti, processo che il primo maggio di due anni prima aveva visto l’adesione alla “casa comune europea” di 8 paesi tra cui la Repubblica Ceca[2],  che erano stati in passato satelliti di Mosca; nei sette anni successivi sarebbero entrati nell’Unione Europea altri tre paesi postcomunisti: Romania e Bulgaria nel 2006, Croazia nel 2013. Crawford nel resto della lezione espresse un punto di vista assai critico sui nuovi Stati membri: a suo modo di vedere i benefici economici per i nuovi cittadini dell’UE sarebbero stati limitati, affermò che molti cechi, polacchi, ungheresi avrebbero avuto una grande offerta di beni “occidentali” che non potevano permettersi di comprare e d’altra parte la democrazia “oltre la vecchia cortina di ferro” rimaneva debolissima. Soprattutto questa ultima affermazione del professore appariva contestabile. Venti anni fa la letteratura sull’allargamento, anche nei contesti poi rivelatisi più complicati, la Polonia e l’Ungheria non individuava casi problematici[3]; inoltre il Consiglio Europeo, che inizialmente aveva previsto di limitare il primo allargamento a Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria, Estonia e Slovenia fece entrare nell’Unione “nel primo round” anche Lituania, Lettonia e Slovacchia. Quest’ultimo caso è emblematico, per quasi tutti gli anni Novanta la Slovacchia fu un paese governato in modo clientelare dall’autocrate Mečiar[4], bastò qualche anno di “buona condotta” per staccare il biglietto per l’Europa[5].

Poco dopo quel fatidico 2004, che per la prima volta portò alcuni paesi postcomunisti nell’UE Crawford scriveva che molti cittadini di Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Polonia stavano festeggiando il ritorno all’Europa, ma per una parte consistente di loro il ritorno sognato era quello all’Europa del congresso di Vienna.

Per mesi, per anni, nonostante l’avanzata dell’estrema destra, le posizioni di Crawford mi sembrarono esagerate e disarticolate. Il racconto sulle revisioni delle auto usate mi sembrava una sparata tra il qualunquismo ed il razzismo. Io vedevo problemi in alcuni paesi, Slovacchia e Ungheria, ai fini di un esame scrissi un saggio su una possibile inversione di tendenza dell’Ungheria, ero assai preoccupato del ritorno al potere di Viktor Orbán, che allora era all’opposizione. Ero scettico su un allargamento così rapido a ben otto paesi, compresi alcuni su cui la Commissione aveva inizialmente suggerito tempi più ampi, ma nel complesso davo un giudizio positivo sull’allargamento dell’Unione e nella gran parte dei casi la corsa verso la democrazia mi sembrava irreversibile.

Tornai in Italia, spesso rileggevo le dispense del corso di Crawford. Anni dopo acquistai un’edizione del 1996 del suo libro East Central European Politics Today[6]  e vi trovai un’analisi critica, completa e spietata dell’Europa Centro- Orientale: l’accademico analizzava alcune caratteristiche del tessuto economico e sociale di questi paesi a partire almeno dal medioevo e dal rinascimento: la storica carenza di esperienze democratiche  e la limitata esposizione a processi quali la rivoluzione francese e la rivoluzione industriale (con la parziale eccezione della Repubblica Ceca); la storica assenza della società civile (in alcuni contesti); il messianismo che storicamente ha sempre portato alla fede nell’uomo forte; la frattura tra città e campagna, élite economiche appartenenti a minoranze e percepite come straniere che hanno portato ad una certa diffidenza verso l’economia di mercato.  Scriveva Crawford nel 1996 che tali dinamiche, che tra le due guerre mondiali avevano portato nell’area all’avvento del fascismo autoctono o di regimi autoritari e che dopo la Seconda guerra mondiale avevano portato al Comunismo, potevano comportare un’inversione del percorso verso la democrazia. Sarebbe bastata una crisi economica per ritornare alla tentazione dell’uomo forte!

Nell’autunno 2023 mi ritrovai al Museo del Confine, un’istituzione culturale di Nova Gorica in Slovenia, gestita da sloveni che parlano perfettamente l’italiano. Gli impiegati del museo ci descrissero la terribile era in cui, a seguito della divisione del mondo in blocchi, una città fu spezzata in due dal filo spinato. Ci raccontarono anche quanto fu per loro drammatica l’esperienza del Covid quando temporaneamente fu di nuovo impossibile attraversare il confine tra l’Italia e la Slovenia e a non pochi sembrò di ritornare ad un doloroso passato. Eppure, qualche dipendente del museo affermò che “dopo l’adesione dell’euro tutto era peggiorato”. L’est postcomunista è spesso un contesto di confliggenti aspirazioni alla apertura e alla chiusura e spesso trovi queste ultime dove non te le aspetti.

Tra Praga 2006 e Nova Gorica 2023 vi furono anni travagliati. Gli anni dei negoziati per l’allargamento dell’Unione avrebbero dovuto essere anche quelli del suo completamento, ma le modifiche ai Trattati e il consolidamento dei meccanismi decisionali dell’Unione furono assai accidentati[7]. Poco dopo arrivò una serie di crisi globali che misero in dubbio l’esistenza stessa dell’architettura europea: Lehman Brothers ed il credit crunch, la crisi del debito sovrano che sembrava dovesse concludersi con la fine dell’euro, il terrorismo che tornò ad uccidere in Europa, il Covid-19, l’invasione dell’Ucraina. L’Europa post-comunista divenne teatro di performance senza precedenti della destra radicale, i governi Orbán II – III – IV e V in Ungheria (2010-2026); il secondo ed i successivi governi di Diritto e Giustizia in Polonia (2015-2023); i governi di Fico in Slovacchia (2006-2010; 2012-2018 e dal 2023 a oggi), l’era Vučić in Serbia (dal 2014 ad oggi).

Václav Havel, il primo presidente della Cecoslovacchia[8] e della Repubblica Ceca[9], un uomo simbolo dell’anticomunismo, affermò che nel postcomunismo vedeva “rancore e sospetto tra gruppi etnici; razzismo e perfino segni di fascismo”[10]. Oggi non possiamo negare i timori di Havel e Crawford fossero sensati.

Vi è una grande inquietudine in un mondo che a 37 anni dalla fine del comunismo non riusciamo a definire senza il prefisso post-. Vi è senza dubbio un tema di disuguaglianze e salari bassi, ma molto di questo quadro politico è determinato dalle percezioni. Forse aveva ragione il giornalista francese Bernard Guetta[11] quando nel 2019 scriveva nel pamphlet i sovranisti[12] che in Europa Centro Orientale le aspettative nel ritorno all’Europa e al libero mercato erano molto elevate. Per essere precisi Guetta riportava le parole Ablonczy Bálint, un giornalista ungherese di centro-destra non  certo ammiratore dell’allora premier Orbán: “L’Ungheria pensava di diventare l’Austria, il nostro Occidente, perché Vienna è rimasta la nostra ville-lumiére…avevano immaginato l’Unione nella sua versione germanica, più conservatrice, più continentale  e meno grandiosa delle versioni francese e britannica, quelle di ex imperi che pensano in un’ottica mondiale e non solo alla Mitteleuropa”, aggiungeva Guetta “come e ovvio gli ungheresi non sono diventati così ricchi come gli austriaci”. La posizione del giornalista francese non ha certo basi metodologiche ma la tesi delle aspettative tradite trova riscontro nella letteratura economica, nelle promesse dei politici e addirittura nelle posizioni delle business community.

Dorothee Bohle e Béla Greskovits, due docenti della Central European University, un istituto accademico privato fondato da George Soros dopo il 1989, hanno curato un libro dal titolo illuminante, Capitalist Diversity on Europe’s Periphery[13] stampato nel 2012. In tale pubblicazione gli autori distinguono tra i paesi di Visegrád, che seppure abbiano qualche problema di welfare sono un “miracolo della manifattura” e “i deboli stati corporativi” dell’Europa Sudorientale, si pensi alla Romania ed alla Bulgaria, dove le riforme sono state bloccate o posticipate da gruppi d’interesse e le performance economiche sono disastrose. Eppure, tutti i paesi dell’area sono definiti “periferia d’Europa”.

Due posizioni devono fare riflettere. Nel 2022 una trentina di esponenti della business community ceca siglarono un documento del titolo La seconda trasformazione economica (in ceco Druhá ekonomická transformace)[14] che affermava che il passaggio dal comunismo al capitalismo per la Repubblica Ceca è stato un successo, ma adesso la sua spinta é esaurita e necessitava una nuova trasformazione per superare un modello troppo basato su investimenti esteri, salari bassi ed esportazioni. Nel programma elettorale con cui Péter Magyar nel 2026 ha vinto le elezioni ungheresi, ponendo fine alla seconda era Orbán, durata ben 16 anni, si legge che l’economia ungherese è dominata da multinazionali, cha fanno svolgere sul suolo ungherese alle loro filiali attività inquinanti e a basso valore aggiunto. In particolare, viene citata la produzione di batterie. Colpisce il fatto che in due paesi tra quelli che hanno gestito meglio la trasformazione sia così netta la percezione di essere periferici e tale percezione sia diffusa anche tra i ceti più abbienti.  Nei paesi dell’est postcomunista vi è la sensazione che il capitalismo, per quanto preferibile al comunismo, sia stato una sorta di colonizzazione delle multinazionali occidentali; nell’ex DDR vi è la sensazione che l’unificazione della Germania sia stata un’espansione della Germania Federale. In Germania da molti anni si è diffuso il termine Ostalgie, per identificare, a metà tra il serio ed il grottesco, un sentimento di nostalgia per la vita dell’EX DDR[15].

L’insoddisfazione per la transizione non è legata da una relazione lineare con le performance economiche e con la stabilità del sistema. Storicamente vengono individuati tre livelli di successo: 1) la transizione riuscita: quella dei paesi di Visegrád e degli stati Baltici; 2) quella con risultati intermedi: Romania, Bulgaria e Croazia; 3) quella fallimentare: Russia, Ucraina, Moldova, per certi aspetti l’Albania e probabilmente la Serbia. L’ex DDR probabilmente ha avuto una transizione più felice anche dei paesi di Visegrád.

In due paesi di Visegrád, Polonia e Ungheria, registriamo le più durevoli esperienze di governi ultraconservatori e i più significativi casi di regresso democratico nel mondo Occidentale, ed in un terzo la Slovacchia si rileva una lunga storia di autoritarismo. Già molti anni fa, nel 2015, Alexandra Kaschuta ci ricordava che in Romania non ha attecchito un nazionalismo etnico simile a quello ungherese e l’insoddisfazione, più forte di quella ungherese si è scaricata sul “populismo”[16]. Oggi la Romania versa in una situazione economica drammatica, con oltre il 7% di inflazione nel 2025 e una previsione di inflazione a quasi l’8% per il 2026[17], conti pubblici fuori controllo e nessuna prospettiva di affrontare l’evasione fiscale, per il presidente della banca centrale nazionale il più grave dei problemi. La Romania è lontanissima dalla disciplina economica dell’Unione Europea e forse da ogni disciplina. Tuttavia, ancora oggi paiono prevalere le soluzioni “populiste”. In Bulgaria tra aprile 2021 ed aprile 2026 si è votato per ben 8 volte[18], scriveva diversi mesi fa Ivan Krastev[19] per l’Internazionale che l’incapacità della politica tradizionale di dare al paese un governo in Bulgaria non si era scaricata sul voto all’estrema destra. Ad aprile 2026 un ciclo di instabilità senza precedenti nel mondo occidentale si è chiuso con un voto che ha dato una solida maggioranza parlamentare al partito neocostituito Bulgaria Progressista dell’ex presidente Rumen Radev che, usando un termine in voga negli studi bulgari, potremmo definire “populista soft”. In questo quadro nella ex-DDR, il caso di transizione più fortunato al capitalismo nell’area, trionfa la proposta di destra in assoluto più estremista.

Uno dei frutti avvelenati della DDR sarebbe, secondo alcuni analisti, legato all’elaborazione del passato nazista, Durante la guerra fredda nella Repubblica Federale il sistema scolastico giocò in ruolo importante nell’assunzione di responsabilità collettiva dei crimini del nazismo; nella Repubblica Democratica vi fu un processo di scarico di responsabilità sulla Germania capitalista.

Nei “nuovi stati membri” dell’UE il momento che ha scatenato il successo dell’estrema destra è stata l’adesione all’UE, in Germania AFD pare diventata veramente competitiva in un momento di rallentamento dell’economia tedesca[20]. Nei paesi di Visegrád, e più in generale nei nuovi Stati membri, paradossalmente la destra radicale ha ottenuto grandi risultati immediatamente dopo l’adesione all’UE, che pure con poche eccezioni era stata benedetta da referendum con risultati nettissimi[21]. Subito dopo il 2004 tali paesi furono attraversati da paure di diverso tipo legate a fragilità economiche e a questioni di tipo identitario[22]. Il momento magico dell’ultradestra tedesca sembra scattato invece dopo gli ultimi sconvolgimenti, il COVID19 e la guerra in Ucraina, che hanno fatto emergere dubbi sulla tenuta del modello industriale tedesco. L’ultima grande crisi di identità, prima di quella attuale, la Germania la ebbe alla fine degli anni Novanta, quando non pochi la definivano “grande malato d’Europa”, allora la ricetta per ritornare più competitivi fu un piano di riforme, imposto dall’allora cancelliere Gerhard Schröder, un socialdemocratico, che prevedeva maggiore pressione sui percettori di sussidi di disoccupazione e tagli alle imposte; oggi sebbene gli elettori dell’estrema destra non sembra chiedano più redistribuzione, non pare siano particolarmente popolari le ricette di lacrime e sangue.  Se in passato il volto rassicurante per i tedeschi era Angela Merkel, che di volta in volta era riuscita a convincere i connazionali che sarebbero stati capaci di vincere le sfide della contemporaneità: le crisi economiche, l’integrazione dei migranti, il Covid-19, oggi il volto rassicurante per i tedeschi è quello di un ultranazionalista che promette loro di ritornare alla Germania di qualche decennio fa.

Alle dinamiche del post-comunismo si sommano anche quelle squisitamente tedesche. AFD sul piano nazionale avrebbe il 28% dei consensi, molto meno del 44% ottenuto in Sassonia-Anhalt ma abbastanza per essere il primo partito. Ormai beneficia dall’essere considerata l’unica vera opposizione al sistema.

Il quesito fondamentale ai fini della nostra riflessione rimane uno: è possibile che dietro al voto ad AFD vi siano dinamiche che risalgono addirittura al comunismo ed alla transizione al mercato? Scrive una delle più grandi esperte di post-comunismo al mondo, Lenka Buštikova, che nel mondo postcomunista il fascino del fascismo autoctono si è rivelato più forte dopo decenni di transizione democratica che nei caotici anni della transizione[23]. La Germania ci insegna che i traumi del passato non hanno scadenza e possono riemergere facilmente in momenti di cambiamento e il consolidamento democratico non è mai irreversibile.


[1] Keith Crawford, lecturer presso diverse università di Praga, autore del libro East Central European Politics Today

[2] Gli altri nuovi membri postcomunisti entrati il primo aprile 2004 sono Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Slovenia.

[3] La letteratura del periodo dell’adesione considerava l’integrazione ungherese un caso non

problematico e non prevedeva svolte conservatrici. U. KORKUT, Poland, in life in post-communist Eastern Europe after EU membership. Routledge 2012,

[4] Vladimír Mečiar (1942), definito un politico di destra populista, più volte capo di governo della Slovacchia tra il 1990 ed il 1998

[5] A seguito delle elezioni del1998 le divenne premier il liberista Mikulaš Dzurinda (1955), mettendo insieme prevalentemente forze centriste e di destra avviò le riforme economiche ma soprattutto di democratizzazione che portarono la Slovacchia nell’UE. Occorre ricordare che durante gli anni di Mečiar la Slovacchia aveva performance economiche migliori di paesi che sembravano più vicini all’UE

[6] K. CRAWFORD, East Central European Politics Today: from chaos to stability. Manchester University Press

[7] C. CARPINELLI, L’allargamento dell’UE Est, problemi e prospettive, in Europa Anni Venti, Mimesis, 2024

[8] 1989-1992

[9] 1993-2003

[10] Dichiarazione di Havel del 1991

[11] Bernard Guetta (1951), già corrispondente per Le Monde da Varsavia e Danzica negli anni Ottanta, dal 2019 è parlamentare Europeo per En Marche

[12] B. GUETTA, I sovranisti, Add editore, 2019

[13] D. BOHLE e B. GRESKOVITS, Capitalist Diversity on Europe’s Periphery, Cornell

University press 2012

[14] https://2et.cz/en/

[15] M. FURSTENAU; East Germany: A failed experiment in dictatorship, DW.com. Pubblicato il 7 ottobre 2019, aggiornato il 7 Ottobre 2024

https://www.dw.com/en/east-germany-a-failed-experiment-in-dictatorship/a

[16] A. KASCHUTA, Economic Nationalism in Central and Eastern Europe. Verlag. 2015

[17] Fonte IMF data mapper

[18] Precedenti tornate elettorali (i) Ottobre 2024; (ii) Giugno 2024; (iii) Aprile 202; (iv) Ottobre 2022; (v) Novembre 2021; (VI) Giugno 2021; (VII) Aprile 2021

[19] Politologo bulgaro nato nel 1965

[20] Fino alle europee 2019 ed alle politiche 2021 AFD era un partito che sul piano nazionale otteneva poco più del 10% dei voti

[21] In Romania e Bulgaria e non si tennero referendum

[22] H. DELEERSNIJDER, The Populist Drift in Central and Eastern Europe, 2005

[23] L.BUSTIKOVA, The radical right in Eastern Europe in the Oxford hanbdbook of radical

right, 2018

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