A cura di Cristina Carpinelli
Scheda del libro Democrazie svuotate. Polonia, Ungheria, Ucraina e Russia tra democrazia, autoritarismo e nazionalpopulismo, a cura di Daniele Stasi e Cristina Carpinelli. Introduzione di Padraic Kenney.
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, aprile 2026.
Il libro ricostruisce le trasformazioni politiche di quattro paesi dell’Europa centro-orientale – Polonia, Ungheria, Ucraina e Russia – dal 1989 a oggi, mostrando come la promessa di democratizzazione seguita al crollo del comunismo abbia prodotto esiti divergenti, spesso segnati da deriva illiberale, nazionalismo, populismo e autoritarismo competitivo. Il nucleo interpretativo del libro è l’idea che la democrazia non crolli di colpo, ma si svuoti dall’interno attraverso pratiche legali, discorsive e istituzionali che ne erodono la sostanza pur mantenendone la facciata formale.
La promessa del 1989 e la delusione post-comunista
Il 1989 aveva aperto un orizzonte di libertà, pluralismo e integrazione occidentale. La transizione, tuttavia, aveva prodotto aspettative disattese, crisi economiche e profonde frustrazioni sociali. In questo contesto hanno preso forma nazionalismi e populismi che non si sono limitati a reinterpretare la democrazia, ma ne hanno progressivamente minato i presupposti, aprendo la strada a modelli politici sempre più ibridi.
Polonia: tra stato di diritto e deriva illiberale
La Polonia ha attraversato fasi alterne di consolidamento democratico e di riforme che hanno progressivamente indebolito la separazione dei poteri, con pressioni sul sistema giudiziario, controllo dei media e un uso crescente di retoriche identitarie. Con l’ascesa del PiS di Jarosław Kaczyński, queste dinamiche si sono intensificate. Il partito ha promosso una profonda ricentralizzazione del potere, riforme della giustizia orientate al controllo politico e una narrazione, sostenuta anche dal ruolo influente della Chiesa polacca, che ha contribuito a legittimare un’agenda conservatrice e identitaria. L’affermazione del nazionalpopulismo ha accentuato l’erosione dei contrappesi istituzionali, trasformando la Polonia in un caso emblematico di democrazia sotto stress: non ancora autoritaria, ma resa profondamente vulnerabile da un processo sistematico di indebolimento delle sue garanzie democratiche.
Ungheria: il modello del populismo autoritario
Nel caso ungherese, l’attenzione si concentra sulla progressiva edificazione dello Stato illiberale voluto da Viktor Orbán. Punto centrale della critica dell’autore, è il progetto politico di Orbán costruito attorno all’idea di nazione come una comunità omogenea, definita attraverso un “noi” etnico-culturale (i “veri ungheresi”) e un “loro” interno ed esterno (liberali, ONG, migranti, Bruxelles, opposizione). Questa divisione, che si richiama alla logica schmittiana, non è contingente ma è costitutiva del funzionamento del regime illiberale ungherese. L’illiberalismo ungherese non è solo autoritarismo soft, ma un progetto ideologico coerente teso a plasmare la cittadinanza in chiave identitaria ed escludente, a delegittimare il pluralismo, trasformare il dissenso in tradimento, giustificare la “cattura dello Stato” (predatory state) come difesa della nazione. Il saggio è stato scritto prima dell’esito elettorale ungherese del aprile 2026. L’autore, tuttavia, è riuscito ad aggiungere un breve capitolo in cui osserva che la principale preoccupazione legata al crollo del regime orbaniano riguarda la capacità del nuovo leader del partito Tisza, Péter Magyar, di smantellare un sistema di potere tentacolare, le cui resistenze potrebbero ostacolare qualsiasi tentativo di riforma sostanziale.
Russia: dall’autoritarismo competitivo all’autoritarismo dispotico
Dopo gli anni ’90, la Russia si è progressivamente riconfigurata in un sistema politico fondato sulla concentrazione del potere nelle mani del presidente. Sotto Putin, la verticalizzazione del potere, la repressione del dissenso e l’uso politico della memoria storica sono divenuti elementi strutturali del sistema. Nel corso degli ultimi due decenni, la Russia ha progressivamente abbandonato le caratteristiche dell’autoritarismo competitivo – in cui sopravvivono margini, seppur ridotti, di pluralismo politico e di competizione elettorale – per scivolare verso un autoritarismo dispotico, fondato sulla repressione sistematica del dissenso e sull’eliminazione di ogni reale spazio di opposizione. La trasformazione del sistema politico è avvenuta attraverso un progressivo processo di verticalizzazione del potere, di controllo pervasivo dell’informazione e di sistematica neutralizzazione dell’opposizione, che ha progressivamente silenziato il dissenso e svuotato gli spazi di competizione. Questo insieme di dinamiche ha condotto il Paese dal precedente assetto ibrido a una forma di dominio personalistico e coercitivo, fondata sull’erosione dei contrappesi istituzionali e sull’accentramento decisionale nelle mani del leader. Putin ha costruito un sistema politico fondato su due assi ideologici – la dottrina della democrazia sovrana e la concezione della Russia come Stato-civiltà – che hanno prodotto, sul piano interno, un assetto autocratico e, sul piano esterno, una politica imperiale proiettiva – evidente nella guerra in Ucraina – che ha ridefinito il rapporto tra potere, identità e democrazia, con ripercussioni significative sull’ordine internazionale e sulle dinamiche di sicurezza europea.
Ucraina: una democrazia incompiuta ma resistente
Il percorso politico dell’Ucraina dopo il 1991 è stato tutt’altro che lineare: un’evoluzione segnata da rivoluzioni popolari, da fasi di corruzione sistemica e dal peso persistente delle oligarchie economico-politiche, che hanno spesso frenato la costruzione di istituzioni pienamente democratiche. Eppure, proprio dentro queste fragilità si è sviluppata una forma di resilienza civica sorprendente, capace di riaffermarsi nei momenti di crisi attraverso la mobilitazione sociale, la difesa dello spazio pubblico e la richiesta di accountability.
Le due rivoluzioni – quella Arancione (2004) e Euromaidan (2014) – hanno rappresentato momenti di rottura e di rigenerazione democratica, nei quali la società civile ha imposto un cambio di rotta alle élite politiche. La guerra nel Donbass del 2014 e, ancor più, l’invasione russa su larga scala del 2022 hanno agito come acceleratori di identità civica, rafforzando il senso di appartenenza nazionale e consolidando l’orientamento verso l’Europa come spazio politico, giuridico e valoriale.
Ne emerge il ritratto di un paese che, pur caratterizzato da vulnerabilità strutturali, esprime una resilienza democratica radicata nella società civile, capace di opporsi anche a iniziative governative potenzialmente antidemocratiche – come nel caso del tentativo di assoggettare al controllo presidenziale due agenzie anticorruzione – e che per questo si distingue nel panorama post-sovietico. La lettura restituisce l’immagine di una democrazia imperfetta (partly free country – secondo Freedom House) ma sorprendentemente vitale, capace di reagire, riorientarsi e rinnovarsi sotto la pressione degli eventi storici più drammatici.
Tesi centrale
La democrazia è un processo fragile, non un assetto garantito. Le democrazie si svuotano dall’interno attraverso riforme costituzionali mirate a concentrare il potere, controllo dei media, delegittimazione delle opposizioni, uso politico della giustizia, manipolazione della memoria storica. Questi strumenti permettono ai governi di alterare e compromettere l’architettura democratica senza rinunciare alla sua estetica formale. Un caso del tutto peculiare è quello russo, dove il processo di chiusura del sistema politico ha superato persino la soglia della democrazia di facciata, lasciando spazio a un regime in cui le procedure elettorali sopravvivono solo come rituali privi di reale competizione e di qualunque funzione rappresentativa.
Una chiave di lettura globale
Il volume offre anche una prospettiva per interpretare le dinamiche globali attraverso cui si trasformano i rapporti tra potere e società, si rinegoziano le identità nazionali e si riconfigurano tanto le nuove forme di autoritarismo quanto le vulnerabilità delle democrazie liberali, oggi esposte a pressioni interne e transnazionali (polarizzazione, disinformazione, erosione dello stato di diritto, interferenze digitali, sostenibilità delle migrazioni e insicurezze reali o percepite, che vengono spesso politicizzate e utilizzate per giustificare restrizioni dei diritti, chiusure identitarie e concentrazioni di potere), che ne ridefiniscono i punti di fragilità strutturale.
