mercoledì, 17 Giugno, 2026
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14^ lezione del corso di geografia umana. Guerre e prigionia

Relatrici: Rosa Mastrogiacomo, già docente in materie letterarie, componente Direttivo CESPI e Simonetta Piva, socia CESPI.

Guerra e diritti: un excursus storico

Il binomio tra guerra e prigionia rappresenta un tema di costante attualità: non esiste luogo sulla Terra che, nel corso dei secoli, non abbia vissuto l’esperienza di un conflitto. Per definizione, la guerra è un conflitto aperto e dichiarato che prevede l’uso delle armi; una situazione giuridica tra Stati in cui l’esercizio della violenza dovrebbe comunque essere regolato dal diritto internazionale.

Durante l’Impero Romano, il concetto di diritto del prigioniero non esisteva. Chi veniva catturato in guerra veniva ucciso o ridotto in schiavitù, trattato alla stregua del bestiame. Si distinguevano: schiavi pubblici che impiegati nella costruzione di infrastrutture come strade, acquedotti e anfiteatri; schiavi privati destinati a mansioni domestiche o specializzate, lavorando come cuochi, precettori, medici o amministratori.
Il 1800 fu funestato dalle guerre napoleoniche e dai conflitti per l’indipendenza degli stati. Un punto di svolta fondamentale fu la battaglia di Solferino (1859), che si stima lasciò sul campo 7.000 morti e 40.000 feriti. Colpito da tale massacro, l’imprenditore svizzero e premio Nobel per la pace nel 1910 Henry Dunant (avrebbe voluto incontrare Napoleone) si prodigò per soccorrere i feriti insieme alla popolazione locale, che curò indistintamente francesi, italiani e austriaci in nome del principio di fratellanza. Da questa esperienza e dalla Convenzione di Ginevra , nacque la Croce Rossa, la più grande organizzazione umanitaria mondiale dedicata alla cura dei feriti di ogni nazionalità.

Pochi decenni dopo, nel 1899, lo Zar Nicola II e i governi europei si riunirono nella prima Conferenza di pace dell’Aia per discutere i principi del diritto bellico, apportare delle modifiche alla Convenzione di Ginevra  del 1864, istituire una corte permanente e limitare l’uso di armamenti mediante apposite convenzioni internazionali. La prima conferenza si tenne dal 18 maggio al 29 luglio del 1899 e vi parteciparono i rappresentanti di 26 Stati, la seconda, dal 15 luglio al 17 ottobre 1907, fu convocata dal Presidente degli USA Theodore Roosvelt e vide la partecipazione di 44 stati. Furono stabiliti principi quali: l’obbligo di dichiarazione di guerra, il divieto di saccheggio e stupro, la protezione dei civili e delle strutture come scuole e ospedali e l’obbligo di trattare i prigionieri con umanità, prevedendo sanzioni stabilite da corti di arbitrato.

La prima guerra mondiale: testimonianza di Rosa Mastrogiacomo sulla vita dei prigionieri di guerra italiani

La Prima Guerra Mondiale rappresentò un nodo cruciale: nonostante l’esistenza dei diritti internazionali, il conflitto coinvolse l’intera Europa. I prigionieri furono migliaia e furono costretti a costruire i propri campi di prigionia (da non confondere con i campi di sterminio del secondo conflitto mondiale). In questo contesto, il caso italiano fu tragicamente unico. I generali Cadorna e Diaz consideravano i soldati carne da macello, marchiandoli come codardi o disertori. Durante la prima guerra mondiale prigionieri e morti italiani furono circa 150 000 contro i 18.000 prigionieri e morti francesi. Mentre la Germania istituiva 58 campi e l’Austria 52 (tra cui il tristemente noto Mauthausen, dove confluirono molti dei 600.000 prigionieri italiani), il governo di Roma scelse di non rispettare le delibere internazionali a tutela dei propri soldati. La relaytrice di oggi, Rosa Mastrogiacomo, ritrova una testimonianza diretta, un piccolo taccuino scritto da suo nonno tra il dicembre 1917 e luglio 1918 con il racconto delle condizioni di vita terribili dei prigionieri nei campi. La fame e l’impossibilità di ricevere notizie dai famigliari portavano alla disperazione. Mentre gli altri prigionieri ricevevano pacchi di cibo abiti medicinali e missive, ai prigionieri italiani non arrivava nulla o quasi, costringendoli a cercare nei rifiuti avanzi di cibo. Gli ufficiali avevano un trattamento diverso e ricevevano uno stipendio. Per la maggior parte i prigionieri furono costretti a lavorare in modo massacrante. Solo a partire dal 1990, grazie alle ricerche documentarie della storica Giovanna Procacci nel saggio “Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra“, è emersa la verità su questa gestione disumana. La situazione era aggravata dal blocco navale imposto da Francia e Inghilterra, che riduceva alla fame le popolazioni civili di Germania e Austria. Nonostante l’invio di cibo da paesi neutrali, il governo italiano si rifiutò categoricamente di assistere i propri cittadini prigionieri, anzi iniziò una propaganda che convincesse i soldati a non disertare e i famigliari a considerare i loro congiunti traditori.

Le famiglie tramite la Croce Rossa cercavano di inviare pacchi che venivano spesso sequestrati; fu istituito anche l’ ufficio Zeta, l’organismo centrale preposto allo spionaggio e al controspionaggio dell’Esercito Italiano, che arrivò a distruggere 7 tonnellate di lettere ai soldati per evitare che i prigionieri potessero ricevere un sostegno morale ,in quanto considerati imboscati e traditori Alla fine della guerra al loro rientro in Italia, laceri e malati, i prigionieri non furono riaccolti nelle loro case ma internati in campi di concentramento italiani allestiti in scuole e chiese. Qui subirono interrogatori e processi da parte di tribunali militari e ufficiali della propaganda, finché l’indignazione delle autorità ecclesiastiche e della popolazione civile non pose fine a questa infamia.

Se guardiamo ai conflitti attuali vediamo la stessa fatica a far valere la legalità prima degli interessi degli stati, un diritto che tutti chiedono a parole ma nei fatti continua ad essere calpestato.

Per visionare il programma del corso CESPI di Geografia umana cliccare qui

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