mercoledì, 17 Giugno, 2026
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Diario elettorale 2026: il voto in Ungheria segna la fine dell’era Orbán.

di Salvatore Sinagra (Comitato scientifico CESPI)

Il 12 aprile sono in programma le elezioni parlamentari in Ungheria, una tornata elettorale che può fare la storia, perché FIDESZ Viktor Orbán è dietro nei sondaggi di una decina di punti. Giusto per dare un’idea della portata di una sconfitta di tali dimensioni dell’autocrate ungherese, Orbán è l’uomo attorno a cui ruota tutta la politica ungherese da quando divenne premier per la prima volta nel 1998 e anche quando Orbán fu costretto all’opposizione nel 2002 e nel 2006, FIDESZ ottenne sostanzialmente gli stessi voti del suo principale competitor[1]. Secondo gli analisti, Péter Magyar, a lungo membro FIDESZ, ex diplomatico, ex dirigente di aziende pubbliche, ex marito dell’ex ministro della giustizia dei governi Orbán IV e Orbán V Judit Varga dovrebbe diventare il prossimo capo di governo. Qualcuno mormora che Orbán potrebbe non riconoscere l’esito del voto. Sarà essenziale capire se Magyar avrà la maggioranza dei 2/3 dei membri del parlamento, necessaria per cambiare la costituzione.

Giovedì 9 aprile. Sbarco a Budapest, esco dall’aeroporto e prendo l’efficientissimo autobus 100 E.  Mezz’ora e sono nel mio appartamento. Ho lasciato una Milano quasi estiva, il tempo di passare rapidamente in albergo e di mangiare un Gulasch e sono quasi le 11, ci sono quattro gradi, il mio primo pensiero è quello di vedere quali sono gli spazi occupati dalla campagna elettorale. In Ungheria da lungo tempo viene denunciata la difficoltà di fare campagna per le opposizioni. Vado su Andrassy Utca, passo davanti alla bellissima cattedrale di Santo Stefano, arrivo al Danubio, al celeberrimo Ponte delle Catene. Ai pali della luce sono attaccati  piccoli manifesti quadrati di  tutti i partiti in corsa: ne vedo moltissimi di due candidate all’uninominale del partito di Orbán con il volto di una delle due candidate e piccoli in basso i  simboli dei due partiti che la sostengono: FIDESZ e i democristiani del KNDP[2]; ci sono i manifesti dell’unico partito in corsa riconducibile al centro sinistra la Coalizione Democratica, quelli della leader del partito Klara Dobrev e quelli di altri candidati; ci sono ovviamente i manifesti di TISZA, il partito favorito dai sondaggi, quelli del Partito del Cane a due Code, e quelli di Mi Hazánk, partito ultranazionalista, irredentista, euroscettico a destra di Orbán. Nell’Ungheria di estrema destra di FIDESZ qualcuno sente il bisogno di un partito di estrema-estrema destra, perché forse per un pezzo di Ungheria, minoritario, ma paradigmatico, Orbán in questi anni è stato non sufficientemente duro con i migranti, non sufficientemente antidemocratico con le opposizioni, non sufficientemente euroscettico e litigioso con la Commissione Europea. Nei loro manifesti 70 centimetri x 50 centimetri tutti i candidati di TISZA si fanno fotografare accanto allo sfidante di Orbán, Peter Magyar, nessuno dei candidati di FIDESZ si fa fotografare con Orbán.

Alle Fermate del tram, nelle bacheche destinate alla pubblicità vi è un unico manifesto, ritrae Orbán a mezzo busto, indossa un trench scuro molto istituzionale, questo fa parte del suo stile, si vede solo il volto e non il fisico che non è più quello di un ragazzino, lo sguardo vuol trasmettere una sensazione di affidabilità e di sicurezza, si legge una grande scritta “uniamoci contro la guerra”.

I sondaggi degli ultimi giorni sono la fotografia di una campagna elettorale che, al di là dei programmi, dei curricula dei candidati premier e dei candidati parlamentari si concentra su pochi temi. TISZA dello sfidante Péter Magyar punta il dito contro la dilagante corruzione del sistema Orbán in cui funzionari e faccendieri si arricchiscono mentre il popolo è massacrato dall’inflazione e accusa Orbán di aver fatto diventare l’Ungheria una colonia russa, dall’altra parte Orbán ammonisce che un nuovo governo “schiavo di Bruxelles” porterebbe il paese in guerra. E questo Orbán e i suoi lo affermano nonostante Magyar affermi di non aver intenzione di dare armi all’Ucraina e a maggior ragione escluda l’utilizzo di truppe ungheresi in Ucraina (e in altri conflitti); nonostante ritenga che Budapest debba continuare a comprare gas e petrolio da Mosca; nonostante i parlamentari di TISZA siano al momento sospesi dal gruppo del Partito Popolare Europeo a Bruxelles.

Venerdì 10 aprile. Per tutto il giorno giro per la città, vedo praticamente solo attivisti di TISZA, con i loro banchetti lungo il Danubio, su Kossuth Lajos Utca, davanti alle stazioni ferroviarie; passano le ore, sono le 10 di sera. Mi trovo non lontano dalla Basilica di Santo Stefano, dove Bajcsy-Zsilinszky Utca incrocia Andrassy Utca, c’è un fiume di giovani che ha preso parte ad un concerto Punk. Arrivano da Piazza degli Eroi, un luogo maestoso, simbolico per la “mitologia Orbániana”. In questa iconica piazza il giovane Orbán, aveva 26 anni, il 16 giugno 1989, ai funerali postumi di Imre Nagy tenne un discorso durissimo contro il regime comunista ormai ai titoli di coda. Qualcuno afferma che Orbán fu allora molto furbo, aveva preparato quel discorso probabilmente per anni, ma lo tenne solo quando il regime era praticamente morto. A tarda sera centinaia di giovani senza alcun simbolo di partito percorrono tutta Andrassy utca, urlano, cantano e soprattutto staccano dai pali i manifesti elettorali, gridano “Ruszkik Haza”, “Russi a casa” come nel 1956. Alcuni manifesti restano integri per terra, altri vengono strappati, altri ancora vengono portati via.  Non sono riuscito a capire perché per quattro giorni ho visto giovani che portavano a casa manifesti elettorali 50×70! Vado a bere una birra in un chiosco davanti ad una discoteca, vedo passare alcune ragazze con una mascherina con il volto di Magyar.

Sabato 10 aprile, per le 19 in Szentháromság ter, nei pressi della celeberrima chiesa di Mattia Corvino e del Bastione dei pescatori è in programma il comizio di chiusura della campagna elettorale di Orbán, potrebbe essere l’ultimo da primo ministro. Arrivo alle 18, la piazza è ancora vuota. Vi è una piccola porzione di piazza chiusa da transenne a cui si accede solo passando da Gazebo nei quali si viene perquisiti dagli uomini del servizio d’ordine ufficiale di FIDESZ con le casacche grigie e gialle. La piazza è abbastanza piccola, non certo un luogo da folle oceaniche. Passano i minuti e la piazza si riempie, non si vedono spazi vuoti, ma non è una piazza in cui si fatica a muoversi. A venti minuti dall’inizio del comizio arriva Orbán su un pullman con su scritta “Csak a FIDESZ” “solo FIDESZ”. La folla non è particolarmente accesa, spiccano solo un secondo servizio d’ordine fatto da una ventina di energumeni tutti con la testa rasata e vestiti di nero che attraversano la piazza in fila indiana e un “sezione organizzata” di cinque o sei militanti muniti di megafono che di tanto in tanto gridano Orbán-FIDESZ; parte pure un jingle di cui capisco solo Viktor-Viktor. Il comizio del leader è introdotto da una delle “figure più controverse del regime” il ministro degli esteri Péter Szijjártó, l’uomo di Mosca. Magrissimo, con un paio di jeans una giacca scura, parla per oltre mezz’ora, definisce Zelensky il più grosso pericolo per la sicurezza dell’Ungheria. Io continuo ad ascoltare il comizio da sotto la colonna della Santissima Trinità, insieme a diverse troupe dei giornalisti, con l’ausilio di un’amica che traduce dall’ungherese. Tra di noi si infiltrano diversi signori sui sessant’anni. Una di loro si rivolge a me in italiano, quasi a farci capire che ci controllano, che capiscono ciò che diciamo. È il turno di Orbán, sale sul palco, inizia a parlare con la voce pesante ma stanca, un tono da condottiero, ma molto appesantito rispetto a quello dell’intervento che del giugno 1989 che fece di lui una stella della politica ungherese, il magiaro diventato più famoso di Puskás, per usare le parole di Simona Nicolosi[3]. L’autocrate afferma di essere sicuro di vincere, dice che prenderà tre milioni di voti, attacca Bruxelles, minaccia Zelensky affermando che deve aprire i rubinetti del gas, dice che gli ungheresi hanno accolto a casa loro i profughi ucraini ma ora rischiano di essere trascinati in guerra dagli stessi ucraini, promette lavoro per tutti, infine ammonisce i giovani: dice loro che senza di lui andranno in guerra. I sondaggi affermano che la gran parte dei giovani voteranno Magyar. Il cielo diventa buio, sono quali le 20.30, il comizio procede ordinato verso la conclusione e c’è spazio perfino per un contestatore, si legge su un cartello chiaramente in cirillico, in russo “Tovarisk Koniez” “è finita compagno”, lo slogan con cui i militanti del Forum Democratico Ungherese si rivolgevano ai socialisti eredi del Partito Socialista Operaio Ungherese che avevano governato l’Ungheria Comunista. Orbán, che fino all’inizio degli anni Dieci era stato ferocemente antirusso, adesso viene accusato di aver trasformato l’Ungheria in una colonia russa.

Domenica 12 aprile, è il gran giorno, Le urne aprono alle 7 del mattino, si preannuncia un’affluenza senza precedenti e alle 11 ha votato quasi il 39% degli aventi diritto, in attesa dell’esito finale attraverso un bel pezzo di Budapest a piedi, nei pressi del ponte Elisabetta sfreccia una vettura con l’autoradio accesa si sente il jingle di FIDESZ “Viktor-Viktor”. Passo davanti ad una sezione elettorale, tutto pare procedere senza intoppi, il personale di servizio al seggio è un po’ inquietante. Sono cinque o sei, solo uomini, per nulla rassicuranti. Oltrepasso il ponte Elisabetta, passo davanti ad un chiosco sul Danubio affittato da FIDESZ per seguire lo spoglio, sono le cinque del pomeriggio, i militanti sono in silenzio. Una giornalista con il microfono arancio in mano sembra vagare senza meta.  Attraverso il Danubio sull’iconico Ponte delle Catene, vado verso Batthyány tér dove Péter Magyar ha dato appuntamento ai suoi sostenitori, mi fermo in un bar, prendo un caffè, in TV vi è uno studio televisivo che si prepara alla maratona elettorale, intanto a meno di due ore dalla chiusura dei seggi si registra un’affluenza prossima al 70%, alla fine della giornata avrà votato quasi l’80% degli aventi diritto. Giusto per dare un’idea nelle prime elezioni dopo il crollo del regime, quando ancora vigeva il doppio turno, parteciparono al primo turno il 65% degli aventi diritto, al secondo il 45%. Dopo l’ultima riforma elettorale e il passaggio al turno unico le elezioni più partecipate furono quelle del 2018 e del 2022 con una partecipazione poco inferiore al 70%. Mi avvio finalmente verso a Batthyány tér dove è allestito il palco in cui dopo i primi risultati consolidati dovrebbe parlare Magyar con dietro tutto lo stato maggiore di TISZA, sull’altra sponda del Danubio esattamente di fronte al bellissimo parlamento, uno dei più grandi al mondo. Sono le 18.30, il palco è vuoto, ma il lungo Danubio è pieno di gente, c’è il servizio d’ordine di TISZA fatto di tanti giovani, signore tra i quaranta e i cinquant’anni, qualche pensionato. Una telecamera proiettata verso il parlamento è in un certo senso l’immagine che segna un’epoca e forse la sua fine. Percorro il lungo Danubio, in direzione Ponte Margarita, conto decine e decine di troupe di giornalisti, forse sono più di 100 troupe, Marina Lalovic con la squadra della Rai, Paola Mascioli con quella di La7, la troupe di Sky e poi giornalisti francesi, tedeschi, spagnoli. Quando vent’anni fa iniziai a scrivere di Orbán la stampa estera seguiva le elezioni in Ungheria tramite contatti locali, nel trado pomeriggio del 12 aprile tutti gli occhi di Europa sono puntati su Budapest. Tornando verso il palco vedo una ragazza, avrà vent’anni, ha una maglia con la faccia di Magyar e la scritta Hope. È un mistero come un grigio funzionario di Orbán sia diventato una sorta di Barack Obama.  Non solo Batthyány tér ma tutto il lungo Danubio è pieno di gente.

Quindici-venti minuti dopo le 19, ora di chiusura dei seggi, arriva il primo exit poll, da TISZA tra il 50 ed il 54%, Salvo sorprese è finita l’era l’Orbán. Sugli schermi scorrono le immagini dei giornalisti di Partizan, media vicino a TISZA, che seguono lo spoglio; arrivano i dati effettivi che hanno molto meno significato degli exit poll; giungono per primi i dati delle regioni che votano Orbán, FIDESZ parte davanti, nel momento del sorpasso di TISZA la piazza che è stata per ore silenziosa esplode! Un boato! Un urlo di liberazione! Alle 19.30 Magyar sale sul palco per festeggiare con i sostenitori. Due ore dopo Orbán riconosce la sconfitta, parla di risultato doloroso e con dispiacere riconosce che gli ungheresi non hanno dato a FIDESZ la possibilità e la responsabilità di governare. Viene fugato ogni dubbio, le elezioni non si concluderanno con accuse di brogli e con il caos. Nel frattempo, a Batthyány tér non si cammina più, ci sono migliaia di persone, in gran parte giovani. Quattro di loro salgono sulla pensilina di una fermata del tram che costeggia il lungo-Danubio, alcuni giovani gridano “Ruszkik Haza”, “Russi a casa”, altri “Orbán Russo”, si apre perfino una matriosca fuori Orbán, dentro Putin e poi ci sono le immancabili zebre. Orbán ha costruito una gigantesca villa, e alcune riprese dall’alto hanno diffuso le immagini di alcuni animali esotici; da quel momento la zebra è diventato il simbolo delle proteste contro il regime corrotto, i cui leader vivono in un lusso pacchiano, mentre il popolo lotta contro l’inflazione e la stagnazione economica. Vedo due giovani che si baciano.  Non posso che pensare alla prima campagna elettorale di FIDESZ, quella del 1990, in cui il partito di Orbán contrapponeva il bacio tra due giovani a quello tra Breznev e Honecker. Per molti lustri FIDESZ di Orbán ha incarnato il sogno degli ungheresi di lasciarsi alle spalle la grigia vita sotto il tallone dei russi, oggi qualcuno ha mandato all’opposizione FiDESZ rubandogli il sogno da vendere agli ungheresi.

A notte fonda arriva un primo risultato, che rimane ancora parziale: TISZA ottiene il poco più del 52%, che si stima valgano 140 o 141 seggi, FIDESZ-KDNP il 39,5% e oltre 50 seggi. Unica altra lista che passa lo sbarramento del 5% è l’estrema-estrema destra di Mi-hazank e ottiene 5 o 6 seggi. Il palco della vittoria di TISZA diventa una discoteca a cielo aperto, ma non si sentono inni di partito, si balla sulle note di sweeet dreem[4] e freed from desire[5].

In un contesto di fortissima inflazione e di rallentamento dell’economia è stata premiata la campagna elettorale del giovane Magyar, incentrata sulla lotta alla corruzione e sull’accusa ad Orbán di aver svenduto il paese ai russi, limitandone l’autonomia. Il sistema elettorale, riformato da Orbán dopo il 2010, ha premiato oltre misura lo sfidante, che staccando di 12 o 13 punti il principale concorrente ottiene ben 141 seggi. Orbán dal 2010 in avanti ha avuto sempre una risicata maggioranza dei 2/3 dei membri del parlamento, dopo la riforma della legge elettorale in due casi ha avuto 133 deputati ed in un caso 135.

Il voto del 2026 segna la fine politica di Orbán, che a mio parere non potrà più incarnare il sogno degli ungheresi di smettere di essere “Europa rapita” per usare la metafora di Milan Kundera e di agganciare gli standard di vita occidentali. Quel sogno che Orbán incarnò benissimo quando divenne per la prima volta primo ministro nel 1998 a soli 35 anni e quando ritornò ad esserlo nel 2010, dopo 8 anni all’opposizione, promettendo di porre fine alla “transizione caotica e torbida” iniziata nel 1989.

Orbán è un politico che ha costruito la sua fortuna negli anni Novanta, il mio viaggio a Budapest e la fine politica di Orbán mi fanno venire in mente immagini degli anni Novanta. Viktor Orbán mi è sembrato Arnaldo Forlani che alle elezioni del 1992 chiese agli italiani, in piena tangentopoli ed alle prese con una mai sperimentata austerità, un voto per la continuità. I grandi manifesti di Orbán in cui chiede agli ungheresi di unirsi (a lui) per evitare la guerra mi hanno tremendamente ricordato un vecchio rassicurante leader democristiano. Orbán, che negli anni si è dimostrato oltre che un autocrate un grande animale politico, ha commesso un grande errore: non si può essere insieme un caudillo e Arnaldo Forlani.

Ora tocca al conservatore Magyar, che ha vinto per l’ennesima volta con la promessa di un’Ungheria borghese[6] ed europea. Dovrà dimostrare di essere all’altezza dei sogni dei ventenni che sono andati in piazza a festeggiare la sua vittoria, le sue promesse elettorali sono tante e costose e cambiare l’Ungheria non sarà facile.


[1] All’epoca il parlamento era composto da 386 membri, era meno accentuata la componente maggioritaria e per due volte consecutive i socialisti mandarono Orbán all’opposizione grazie ad un accordo con i liberali.

[2] KNDP è l’acronimo di Kereszténydemokrata Néppárt, in italiano Partito Popolare Cristiano Democratico. Formalmente i governi di FIDESZ sono esecutivi di coalizione, nei fatti sono monocolore perché il KNDP è un partito satellite di FIDESZ

[3] Docente, studiosa e autrice di East Journal

[4] Canzone di musica dance/eurodance del 1995 del duo tedesco LaBouche

[5] Canzone di musica dance/eurodance del 1996 della cantante italiana Gala.

[6] Mutuo l’espressione da Stefano Bottoni. S. BOTTONI, Orbán, un despota in Europa, Salerno Editore, 2019

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