di Salvatore Sinagra (Comitato scientifico, CESPI)
Lo scorso 30 settembre si è votato per il rinnovo del parlamento slovacco. Il partito che ha raccolto più consensi è stato lo SMER con circa il 23%, una forza ufficialmente di sinistra ma in realtà molto conservatrice, il cui leader è Robert Fico, che è fin troppo generoso definire controverso. Già premier dal 2006 al 2010 e dal 2012 al 2018 quando fu costretto a dimettersi per uno scandalo di ‘ndrangheta scaturito dall’omicidio del cronista Ján Kuciak. La seconda forza più votata con il 18% è risultata Slovacchia progressista un partito liberale ed europeista; segue poi con poco meno del 15% Hlas, partito fondato dall’ex premier Peter Pellegrini con una scissione dallo SMER quando Fico sembrava politicamente morto; inoltre, tre partiti di destra o centrodestra hanno raccolto tra il 6 ed il 9%, infine è riuscito a passare lo sbarramento del 5% anche il Partito Nazionale Slovacco (SNS), forza di estrema destra, complottista e filorussa. L’esito del voto ha fotografato un paese spaccato a metà, da una parte lo SMER di Fico ed il Partito Nazionale Slovacco, sulla carta agli antipodi ma abituati a governare insieme e dall’altra molti partiti di centrodestra e destra che si oppongono a Fico. Hlas di Pellegrini, un partito relativamente giovane e forte di un buon 15% in un contesto frammentato come quello slovacco, è risultato l’ago della bilancia; avrebbe potuto allearsi sia con lo SMER di Fico, a cui per anni Pellegrini e molti membri di Hlas sono stati iscritti che con i suoi oppositori “filoccidentali”, perché Pellegrini si presenta come più europeista di Fico. Alla fine, Hlas, ha optato per un governo con lo SMER e con i nazionalisti dell’SNS, un perimetro non troppo diverso da quello dei precedenti governi Fico (2006-2010; 2010-2016 e 2016-2018). Robert Fico quando lasciò la carica di premier nel 2018, a seguito di uno dei più grandi scandali della storia slovacca, sembrava politicamente morto. È resuscitato certo grazie alle sue abilità retoriche e alla furbizia nell’intercettare le paure di quella parte di Slovacchia scettica prima sui vaccini e poi sul sostegno all’Ucraina, ma ha anche capitalizzato l’incapacità dei suoi avversari a costruire un’alternativa. Da quando nel 2006 si è affermato come figura principale della politica slovacca è stato confinato all’opposizione solo dal 2010 al 2012 da un governo incapace di completare la legislatura e dal 2018 al 2022 quando in quattro anni si sono avvicendati tre premier. Non è un caso che Pellegrini abbia motivato il suo ritorno da figliol prodigo alla casa del padre con l’evidenza che gli slovacchi avrebbero punito nuovamente una coalizione eterogenea che si fosse unita, millantando un collante europeista, con il solo scopo di mettere Fico all’angolo. Il 25 ottobre si è insediato il quarto governo Fico, che annovera molti ministri definibili generosamente discutibili: figure di estrema destra, con carriere nel mondo della disinformazione o compromesse negli scandali del 2018.
Il 15 ottobre si è votato in Polonia, dove ai nastri di partenza si sono presentate diverse coalizioni:
- quella ultraconservatrice costruita della principale forza di governo Diritto e Giustizia e alcuni suoi junior Partner;
- quella liberale costruita attorno alla Piattaforma Civica dell’ex premier Tusk;
- Terza Via: un cartello tra gli agrari del Partito Popolare e i centristi di Polonia 2050;
- l’alleanza della sinistra che mette insieme socialisti postcomunisti e di altra estrazione diversa;
- Kondederacjia una forza addirittura a destra Diritto e Giustizia, che il Professor Daniele Stasi, docente all’Università di Foggia e a Rzeszów, in Polonia definisce animata da fascistoidi e figure al limite della presentabilità.
In linea con i sondaggi dell’ultim’ora Diritto e Giustizia e i suoi alleati sono risultati la proposta più votata ma non hanno ottenuto seggi a sufficienza per formare un governo nemmeno unendo le forze con l’estrema destra di Konfederacjia. Le forze di opposizione della Piattaforma Civica, di Terza Via e dell’alleanza di sinistra, molto eterogenee sia segnatamente all’agenda economica che segnatamente a diritti della persona quali l’aborto, hanno chiesto al Presidente della Repubblica Duda pochi giorni dopo il voto di incaricare Tusk di formare il nuovo governo. Duda, uomo di Diritto e Giustizia, il 6 novembre ha affermato che avrebbe conferito al premier uscente Morawiecki di Diritto e Giustizia, un mandato di quattro settimane per formare un nuovo governo. Quando in un sistema proporzionale non c’è un partito o una coalizione che ottiene la maggioranza dei seggi è prassi dare l’incarico al leader della lista più votata, ma in tal caso stupisce la scelta di dare ben quattro settimane di tempo ad un premier che quasi sicuramente non avrà la maggioranza.
Se in Polonia si insedierà un governo guidato da Tusk, che compendiosamente e con qualche semplificazione potremmo definire liberale ed europeista potremmo dire che le elezioni in Polonia e Slovacchia ci fanno fare un passo avanti e uno indietro? In parte!
Certamente il nuovo governo polacco si fonderà su una coalizione molto eterogenea, che metterà insieme la sinistra femminista e gli antiabortisti di una fetta di Terza Via, gli ultraliberisti e la sinistra che sul welfare vuole fare concorrenza a Diritto e Giustizia[1], ma aver messo in minoranza un partito con tendenze autoritarie, che controlla la magistratura, che ha sempre più influenza sui media e che ha vinto per due volte di fila presidenziali e parlamentari è un’impresa significativa e devo ammettere che nonostante i sondaggi dell’ultim’ora preconizzassero lo scenario che si è poi verificato io ho pensato fino al giorno del voto che in qualche modo Diritto e Giustizia avrebbe avuto i numeri per rimanere al governo. Quindi di certo in Polonia c’è un passo avanti. Tusk ha dimostrato in passato grande capacità di mediare, anche sacrificando alcuni suoi obiettivi ed un nuovo governo Tusk probabilmente ristabilirà l’indipendenza della magistratura e chiuderà il contenzioso tra Polonia e Unione Europea. Il nuovo esecutivo sarà sicuramente migliore di governo di estrema destra – ultra estrema destra che sarebbe nato se Diritto e Giustizia e Konfederacjia avessero avuto insieme la maggioranza dei seggi in parlamento, anche se il nuovo premier dovrà evitare un esecutivo di galleggiamento con una maggioranza divisa su tutto che magari non arriva a fine legislatura e che spalancherebbe le porte ad un ritorno al Potere di Diritto e Giustizia. Per intenderci deve evitare una legislatura come quelle slovacche del 2010-2012 o del 2018-2022 che hanno propiziato il ritorno di Fico al potere.
In Slovacchia nonostante le elezioni abbiano sancito la risurrezione di Fico, nonostante con il nuovo governo siano state riportate ai massimi livelli dello Stato figure pesantemente compromesse negli scandali del 2018[2], nonostante stiamo già assistendo all’utilizzo del potere ai fini di vendetta personale, potremmo non vedere cambiamenti sistematici. Fico vince le elezioni parlando alla pancia della Slovacchia che teme l’occidente più che la Russia ma in passato, arrivato al potere, nonostante i timori di molti osservatori, non ha minimamente intaccato l’integrazione europea della Slovacchia: nel 2006 è diventato premier di un paese neo-membro dell’UE e nel 2009 è stato il premier dell’adesione all’euro che ha festeggiato facendosi fotografare ritirando alla mezzanotte gli euro al bancomat, non ha certo in mente di portare la Slovacchia fuori dalla NATO e dalla UE. Nonostante i suoi proclami anti-ucraini poco sposterà il suo governo segnatamente a Kiev, non si oppone agli aiuti finanziari all’Ucraina, probabilmente la Slovacchia continuerà ad applicare sanzioni a Mosca e anche qualora la Slovacchia non fornisse più aiuti militari a Kiev verrebbe a mancare il contributo di un paese di 5 milioni di abitanti laddove lo “sforzo militare” dell’intera Unione Europea è sostanzialmente simbolico. L’unica novità in termini di collocamento internazionale della Slovacchia potrebbe essere una maggiore interazione sul piano degli investimenti con paesi “non allineati” come la Serbia e l’Ungheria che hanno per esempio avviato una cooperazione nel campo dell’energia[3]. In Slovacchia non ci sarà nemmeno un ritorno al populismo, al conservatorismo e al nazionalismo, poiché tutti tali elementi non mancavano nell’esperienza di governo della coalizione Anti-Fico della legislatura 2018-2022, animata da partiti non certo progressisti come Gente Comune e indipendenti dell’ex premier Matovic, l’estrema destra di Siamo una Famiglia e gli euroscettici di Libertà e Solidarietà. Come scriveva Padraic Kenney, negli anni Novanta la Slovacchia era sopra il Danubio il caso più desolante di paese in transizione verso la democrazia[4], il caso Slovacchia perse importanza per accademici e giornalisti quando i governi liberali-liberisti tra il 1998 ed il 2006 resero il paese più presentabile, ma alcuni dei problemi degli anni Novanta, l’era del premier populista Vladimir Mečiar, probabilmente non sono stati mai del tutto risolti.
[1] per la verità Diritto e Giustizia è un partito più workfarista che welfarista e l’unico welfare significativo che ha introdotto in Polonia è l’assegno universale di 500 zloty al mese – poco più di cento euro – per figlio
[2] G. BUCCI, SLOVACCHIA, La restaurazione del sistema Fico, East Journal, 9 novembre 2023
[3] M. STOJANOVIC, E. INOTAI, Serbia and Hungary Set Up Joint Natural Gas Company, Balkan Insight, 30 giugno 2023
[4] P. KENNEY, Il peso della libertà, l’Europa dell’est dal 1989. EDT, Torino, 2008
