Che ci faccio qui

di Aldo Silvani

Prendo spunto dall’interessante reportage di Domenico Iannacone trasmesso su RAI 3 qualche mese fa e che prende ispirazione dal bel libro di quel viaggiatore attento soprattutto alle culture dei luoghi visitati e che porta lo stesso titolo, Bruce Chatwin.  Il documentario di Iannacone aveva come oggetto le trasformazioni che i paesi campani hanno subito come conseguenza del terremoto, ma anche delle mutazioni economiche, sociali e culturali del secolo scorso. Si è persa quella integrazione tra viventi e ambiente che ha segnato il paesaggio e il profilo di quegli splendidi borghi. Questa “frattura” ha comportato l’abbandono di quei luoghi e le migrazioni al nord dell’Italia e all’estero, a causa anche della denatalità, della mancanza di attività produttive e al prevalere di nuovi stili di vita. I paesi non verranno più ripopolati, le case ristrutturate dagli interventi post-terremoto non verranno più riabitate, a meno che, con un improbabile scoppio di intelligenza, non diventino tante Riace, cambiando tuttavia anima. I migranti dal Sud hanno contribuito allo sviluppo del Nord e da questa frattura è nato l’uomo nuovo.

Io sono nato 81 anni fa a Sesto San Giovanni e qui sono sempre vissuto. Sesto San Giovanni è una città dell’hinterland milanese. Qui avevano sede le più importanti industrie siderurgiche e metalmeccaniche italiane: Breda, Falck, Magneti Marelli, Ercole Marelli, e una infinità di aziende più piccole che vivevano dell’indotto; tutto ciò rappresentava una impressionante concentrazione industriale simile ad altre analoghe situazioni europee. E un impressionante e inestricabile intreccio tra il produrre e l’abitare. Sesto è passata nella prima metà del secolo scorso da borgo agricolo a città industriale, da 20/30.000 abitanti a quasi 100.000 abitanti in non più di 40 anni grazie all’immigrazione dal nord-Est e dal Sud dell’Italia. Non solo, ogni giorno scendevano da treni e da vecchie corriere decine di migliaia di lavoratori provenienti dai paesi vicini e dalle provincie di Bergamo e Brescia per farvi ritorno la sera o alla fine del turno di lavoro. Il lavoro era una imprescindibile e potente attrazione per intere popolazioni che fuggivano dalla povertà e dal sottosviluppo, conseguenza anche di uno sviluppo disarmonico e non gestito politicamente. In un certo senso tuttavia, in un contesto sociale ed economico diverso, si è verificata anche qui una armonizzazione tra le varie componenti del vivere sociale, dove le persone sono il risultato di un meticciato tra locali e immigrati, in un contesto industriale dove però è entrata in modo determinante una nuova coscienza politica e sindacale. Si è faticosamente creata una nuova unità fatta di integrazione e armonizzazione tra industria, l’abitare e la coscienza di diritti affermati e conquistati anche con lotte e conflitti che sicuramente hanno contribuito in modo determinante a definire una identità nuova. L’uomo nuovo non ha più sentito forse la necessità di un ritorno alle origini, oppure, se questa necessità l’ha sentita, ha preteso di portare il cambiamento anche nell’ambiente dal quale era partito.

Nella seconda metà del secolo scorso, in un periodo relativamente breve, non più di 20-30 anni, Sesto subisce un cambiamento radicale. Le mutate situazioni economiche e sociali, la globalizzazione e le nuove tecnologie, portano ad una rapida deindustrializzazione. Non una delle industrie storiche rimane in piedi. L’incremento demografico si arresta, ma non si assiste ad un ritorno degli immigrati ai paesi dai quali erano partiti. L’immigrazione dal Sud si arresta e viene sostituita dai nuovi migranti provenienti da paesi lontani. Lo sviluppo economico non è più legato solo all’industria ma segue altre strade. Che cosa è rimasto di Sesto industriale? Poco o nulla. Siamo rimasti noi vecchi, ultimi testimoni con poco futuro. Le nuove generazioni, peraltro ridotte al lumicino dalla denatalità, vivono altre realtà. Solo una esigua minoranza è interessata a studiare i cambiamenti del sociale. La maggioranza, peraltro fenomeno diffuso in tutto il mondo, vive nel non ricordo, nell’oblio. Anche ciò che resta di visibile, i capannoni, le gru, il carroponte, i fabbricati industriali, luoghi prima abitati da decine di migliaia di operai, si degradano come gli antichi paesi della catena appenninica, o scompaiono rapidamente. Restano le case popolari un tempo abitate dai lavoratori, ora diventate abitazioni economiche per le categorie a basso reddito, ma non più, come una volta, nuclei abitativi dove si vivevano, nello stare insieme e anche nel privato, tutte le problematiche e le tensioni politiche e sindacali di quel tempo, una vita vera dove l’industria diventava anche nei conflitti luogo di maturazione sociale, culturale e politica. Ora i nuovi migranti portano problemi diversi e prefigurano la ricerca di una diversa cultura del lavoro e del vivere sociale. Ed è una fortuna che ci siano. Mi chiedo se l’evoluzione rapida della nostra società non sia in fondo simile all’evoluzione lenta di un tempo, della quale sono testimonianza le splendide vestigia del passato che abbiamo visto nel documentario televisivo, ma che rimangono a tutt’oggi ricordi di un passato.

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