sabato, 31 Ottobre, 2026

Democrazie svuotate

di Salvatore Sinagra (Comitato scientifico CESPI)

Un Viaggio in Europa Centrale e Orientale, tra passato e futuro, nazionalismo e lotte per una vita migliore.

A maggio scorso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha pubblicato un volume dal titolo Democrazie Svuotate, a cura di Daniele Stasi e Cristina Carpinelli. Il testo copre quattro paesi, con cinque contributi, scritti da sei autrici ed autori:

  • Un saggio di Daniele Stasi, docente di storia del pensiero politico all’Università di Foggia, sulla Polonia;
  • Uno di Balász Majtényi, avvocato e attivista per i diritti umani, sull’Ungheria;
  • Due sull’Ucraina. Il primo di due docenti ucraine, Maria Popova e Oxana Shevel, che insegnano rispettivamente all’Università Mc Gill di Montréal (Canada) e nell’Ateneo Tufts di Boston (Stati Uniti); il secondo di Simona Merlo, docente di storia contemporanea all’Università di Roma Tre;
  • Uno di Cristina Carpinelli, componente del Comitato Scientifico del CeSPI (Centro Studi Problemi internazionali), sulla Russia.

Il volume è introdotto da una prefazione di Padraic Kenney, storico dell’Europa post-comunista, a lungo docente dell’Università dell’Indiana (Stati Uniti), forse tra i tre più grandi esperti al mondo di Europa Centro-Orientale, e in particolar modo di Polonia. Il libro si apre con un titolo forte, che identifica quattro paesi molto eterogenei, due dei quali addirittura in guerra tra loro da anni. Tali paesi sono approdati a un quadro politico molto diverso dalla democrazia come l’abbiamo sempre intesa. In sostanza, la lezione è che in un dato contesto si possono svolgere a cadenza regolare elezioni parlamentari, presidenziali, regionali, locali, ma senza democrazia, perché la competizione elettorale è falsata da dinamiche corruttive o dal peso di oligarchie; perché il sistema è cucito come un abito su misura per il partito di governo; perché l’opposizione non è messa nelle condizioni di competere, penalizzata, ad esempio, da una scarsa visibilità mediatica; perché nei casi più gravi è stata definita e blindata una vera verticale del potere. In nessuno di tali contesti, la democrazia è evaporata all’improvviso o con un golpe eseguito con i carrarmati.

Le più autorevoli fonti suffragano le posizioni delle nostre autrici e dei nostri autori sui paesi analizzati nel libro. Per la fondazione Berltesmann, ad esempio, la Polonia è una democrazia in consolidamento, l’Ungheria e l’Ucraina due regimi ibridi; la Russia un’autocrazia dura e intransigente[1]. Simile è la prospettiva di Freedom House. Quindi i quattro Stati postcomunisti non hanno importato a casa loro la democrazia occidentale senza correttivi, e per la verità considerazioni analoghe a quelle relative a Polonia, Ungheria, Ucraina e Russia possono essere fatte per altri paesi post-comunisti quali Slovacchia, Serbia, Bosnia, Albania, Bulgaria e Romania. Altro che la fine della storia preconizzata da Francis Fukuyama con il crollo del Muro di Berlino! La Polonia e l’Ungheria sono stati governati nel primo caso fino al 2023 e nel secondo fino ad aprile 2026 – di fatto i giorni in cui veniva dato alle stampe il libro – da forze politiche che contestano duramente alcuni principi fondanti dell’Unione Europea, a partire dalla separazione dei poteri e dai diritti delle minoranze. La strada verso la democrazia dell’Ucraina è stata in questi 35 anni assai accidentata. In Russia addirittura è stata costruita una verticale del potere sul presupposto che la democrazia liberale occidentale non va bene per la “Terza Roma”, trascinandola nel caos se non verso scenari di dissoluzione.

Inoltre, la sconfitta alle urne dei cosiddetti populismi è sempre solo l’inizio, perché i casi di Polonia e Ungheria ci insegnano che il ritorno a una democrazia compiuta è sempre un processo e mai solo una scadenza elettorale[2].

La storia del postcomunismo, con le sue peculiarità, pare perfettamente inserita nelle tendenze globali: da anni si assiste a una regressione democratica e al trionfo dei nazionalisti in Sudamerica, Turchia, India, perfino negli Stati Uniti e in Israele. Certo potrebbe sorprendere che anche in paesi incamminati da poco più di tre decenni verso la democrazia non crei sgomento qualcosa che potrebbe avere il sapore di un ritorno al passato.

Le nazioni liberatesi dal comunismo, hanno sposato altri -ismi, alcuni sono termini di tradizione antica, quali il nazionalismo, altri sono parole nuove “sovranismo”; “populismo”. Ideologie “leggere” per usare l’espressione coniata dallo studioso olandese Cas Mudde[3]. Alcuni autori di questo volume mettono a nudo le contraddizioni anche semantiche di proposte politiche che forse sarebbe meglio definire semplicemente di destra estrema, di destra radicale o ultraconservatrici, senza -ismi. Sono “sovranisti”, pur restando su posizioni opportuniste e scomode nell’UE e nella NATO; sono nazionalisti, ma ad esempio dimenticano per molto tempo le loro minoranze all’estero, limitandosi a qualche esternazione in campagna elettorale.

Infine, vi è la guerra russo-ucraina, o come io preferisco definirla, l’aggressione russa dell’Ucraina. Nel libro, il tema è trattato con diversi accenti: Simona Merlo parla di Ucraina plurale e di travaglio della costruzione, Maria Popova e Oxana Shevel parlano di democrazia che sfida ogni previsione, Padraic Kenney addirittura di terzo miracolo sociale europeo (tra gli anni Duemila e Dieci),dopo quello economico della Germania nel secondo dopoguerra e quello politico della Polonia dopo il 1989. Tuttavia, in tutti i contributi si sostiene che la guerra in corso sia causata da una frattura insanabile tra un’Ucraina che cerca una via verso la democrazia e una Russia ormai pienamente ossificata in una “verticale del potere”, descritta nel saggio di Cristina Carpinelli. Dopo la fine dell’URSS, sia la Russia che l’Ucraina precipitarono nel caos, tuttavia la risposta nel primo caso fu decisamente autoritaria: ben prima dell’avvento di Putin, El ‘cin risolse i suoi contrasti con il parlamento con  l’uso dei carrarmati[4]; a Kiev, nonostante la corruzione, le difficoltà  economiche e le involuzioni democratiche, in 35 anni dall’indipendenza[5], perfino coloro che furono tentati da svolte autoritarie, dovettero fare i conti con forze diverse e con una società civile che spingevano verso un paese plurale. Insomma, la grande divergenza affonda le sue radici in almeno tre decenni e la guerra tra Russia e Ucraina è quindi frutto di due posizionamenti incompatibili nella storia contemporanea.

Democrazie Svuotate è un libro che approfondisce le vicende di paesi che hanno tante analogie ma forse più differenze, un testo da cui è possibile apprendere particolari che possono essere utili per capire lo scenario generale, un’antologia che dà riposte ma che soprattutto stimola a porsi domande. Allargare l’Unione Europea, nel corso di poco più di due anni e mezzo[6] a dieci paesi post-comunisti è stata la scelta giusta? Nonostante le involuzioni di Polonia e Ungheria sarebbe comunque troppo facile dire che è stato sbagliato. Ma chi ci assicura che senza l’allargamento della NATO e dell’UE, l’Europa Orientale non si sarebbe riempita di regimi simili alla Serbia di Vučić[7]? Senza la minaccia di pagare a caro prezzo un conflitto con Bruxelles sarebbe stato possibile mandare a casa i nazionalisti in Polonia nel 2023 e Orbán in Ungheria nel 2026? Siamo sicuri che le controversie relative alle minoranze magiare in Slovacchia e Romania non sarebbero degenerate in conflitti etnici? Chi è più realista? Chi ipotizza la fine delle ostilità in Europa in cambio di concessioni territoriali, o chi denuncia apertamente che le ambizioni imperiali di Putin sono incompatibili con quelle del popolo ucraino, moldavo e georgiano che hanno ormai scelto Bruxelles e non Mosca? Domande che devono necessariamente avere risposte complesse; Democrazie Svuotate non ci dà certo tutte le soluzioni, ma di sicuro offre molte chiavi di lettura.


[1] Il termine originario in inglese è hard line autocracy.

[2] Scrive la fondazione Bertelsmamn: “In Polonia, la Coalizione Civica guidata da Donald Tusk ha dato vita a un cambiamento democratico al governo; tuttavia, le eredità istituzionali e i poteri di veto del presidente continuano a limitare la possibilità di riforme di ampia portata”; “In Ungheria, un nuovo movimento di opposizione ha sovvertito le dinamiche di competizione politica consolidate, nonostante l’assetto istituzionale continui a favorire il partito al governo”.

[3] Cas Mudde insegna in prevalenza nell’Università della Georgia; in un saggio del 2004, “Lo Spirito del tempo populista”, definì il populismo un’ideologia leggera perché privo di forti fondamenti dottrinari e basato sulla contrapposizione tra il popolo sano e l’élite corrotta.

[4] Nell’ottobre 1993 il presidente della Federazione russa Boris El’cin usò i carrarmati contro il parlamento al culmine di un conflitto istituzionale su questioni economiche e politiche.

[5] Indipendenza proclamata il 24 agosto del 1991.

[6] Il primo maggio 2004 entrarono nell’Unione Europea Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria Repubblica Ceca e Slovacchia (oltre a Malta e Cipro), il primo gennaio 2007 Polonia e Romania, nel 2013 la Croazia. Sono quindi undici i paesi post-comunisti nell’Unione Europea

[7] Primo ministro della Serbia dal 2014 al 2017 e presidente dal 2017 ad oggi.

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