di Salvatore Sinagra (Comitato scientifico CESPI)
La parola che meglio sintetizza l’attuale contesto politico dei paesi di Visegrád è instabilità. Nei primi giorni di ottobre si voterà per le parlamentari in Cechia, e tutti scommettono in un cambio di maggioranza; poi il prossimo anno, in primavera, sarà il turno dell’Ungheria, dove si potrebbero svolgere le prime elezioni senza un esito scontato dal 2010[1]. Le urne sono più lontane in Polonia e in Slovacchia, ove però le maggioranze di governo sono in affanno e qualcuno scommette su elezioni anticipate. Tale scenario è più probabile a Varsavia, perché il premier Tusk è risultato indebolito dalle elezioni presidenziali e Diritto e Giustizia (PiS), un partito ultranazionalista, oggi prima forza di opposizione, appare sempre più il centro geometrico della politica nazionale. Pesa la stanchezza per la guerra nella vicina Ucraina, che è in una fase acuta da circa tre anni e mezzo, ma impattano anche le dinamiche economiche che si sono scatenate dopo il Covid, l’inflazione ed il rallentamento dell’economia tedesca. Si osserva un generalizzato spostamento a destra e la sinistra, anche nelle condizioni migliori, non va al di là del recinto del 10%. Ormai da qualche lustro si definiscono “populisti” e “sovranisti” l’ungherese Orbán e la destra conservatrice polacca, e tali termini tra qualche settimana potrebbero essere usati per il ceco Babiš che secondo i sondaggi diverrà nuovamente premier. A mio parere sarebbe più corretto parlare di avanzata o di successi durevoli di nazionalisti ed ultraconservatori.
1. Cechia
Storicamente la Repubblica Ceca è considerata, anche da analisti e giornalisti, un “poster child”: la politica ceca nell’immaginario collettivo occidentale è per definizione idealistica, legata indissolubilmente e simbolicamente alla Primavera di Praga di Alexander Dubček[2] ; a Vacláv Havel[3], l’intellettuale dissidente in epoca comunista divenuto poi primo presidente delle Cecoslovacchia democratica (1989-1992) e poi della Repubblica Ceca (1993-2003); al divorzio di velluto che sancì la separazione con al Slovacchia senza spargimento di sangue[4]. Il quadro politico ceco è assai diverso da molti anni dal “percepito occidentale”, ammesso che tale percepito abbia mai rappresentato la realtà. Già gli anni Novanta furono caratterizzati da uno scontro tra due uomini, e per certi versi tra due prospettive. Da una parte vi era l’intellettuale idealista Havel, dall’altra il suo grande nemico Klaus[5], fondatore del principale partito della destra ceca, l’ODS[6], economista con una linea pragmatica, se non addirittura cinica, ben sintetizzata dalla prospettiva che l’integrazione nell’UE deve essere portata fino al punto in cui c’è ancora una convenienza incrementale per il proprio paese. Klaus nega il cambiamento climatico, nato euroscettico thatcheriano si è via via spostato su posizioni da destra orbaniana. Storicamente la prospettiva di Klaus esalta l’opportunità di trattare Washington e Bruxelles come “centri di potere” alla pari e di spingere per trasformare l’Unione Europea in una Free Trade Area. Klaus ha sempre supportato buone relazioni con la Russia, a partire dalla politica energetica e quindi per convenienza economica, ed espresse in passato giudizi positivi su Putin; ha verosimilmente legami con la Russia, non ha mai sostenuto la necessità di abbandonare la NATO. Per molti anni la Cechia è stata è profondamente segnato dal klausismo: liberista in economia, opportunista in politica estera, tiepida nei rapporti con l’UE. Si potrebbe sintetizzare all’estremo dicendo che lo scontro tra Havel e Klaus l’ha vinto il secondo.
Dal divorzio di velluto fino al secondo decennio del nuovo millennio, quando emersero nuovi attori politici in prevalenza legati alla protesta contro il sistema, la Repubblica Ceca fu un bipolarismo imperfetto caratterizzato dalla competizione tra i liberisti e via via sempre più euroscettici dell’ODS ed i socialdemocratici ed europeisti del ČSSD[7]. Questo nonostante l’ODS avesse un elettorato più borghese e cittadino e meno spaventato dell’integrazione europea di quello dei socialdemocratici. Il 2011 segnò l’entrata in politica dell’imprenditore Andrej Babiš[8], uno degli uomini più ricchi del paese, il quale fondò ANO 2011[9] partito che sintetizza alcuni aspetti della prima Forza Italia (il grande imprenditore che porta competenze che i politici di professione non hanno) e del Movimento 5 Stelle (l’obiettivo di scalzare una classe politica corrotta). ANO 2011 esordì con lo slogan “noi non rubiamo, lavoriamo”. Poco prima dell’entrata in politica Babiš investì in modo significativo nei mass media. Nonostante la sua retorica anticorruzione, dopo la sua “discesa in campo”, incorse in significativi problemi con la giustizia, a partire da vicende relative all’appropriazione indebita di fondi UE[10]. Le similitudini con Berlusconi sono notevoli e avrebbero potuto far supporre un’intesa tra Babiš e i liberisti dell’ODS; tuttavia, l’imprenditore ceco avviò una collaborazione con socialdemocratici del ČSSD, sostanzialmente fagocitando il loro elettorato. Babiš fu ministro delle finanze di un governo socialdemocratico dal 2013 al 2017 e primo ministro, in una coalizione dove i socialdemocratici erano junior partner, dal 2017 al 2021. ANO 2011 si iscrisse a Bruxelles ai liberali di Renew, poi nel corso degli anni ha occupato sempre più segnatamente ai rapporti con l’UE il campo dell’euroscetticismo soft lasciato libero dal Partito Civico Democratico (ODS)[11] e sul piano economico lo spazio della sinistra democratica rimasto vuoto con la scomparsa del partito social democratico (ČSSD)[12]. Nel 2024, poco prima della rielezione di Trump, Babiš ha deciso di abbandonare i liberali al parlamento europeo e portare ANO nella famiglia dei Patrioti[13], affermando che la permanenza in Renew non era più funzionale alla difesa dell’interessa nazionale ceco. Più di recente Babiš ha sostenuto, pur continuando a condannare l’aggressione russa, che la diplomazia è la soluzione alla vicenda dell’Ucraina e si è dichiarato contrario all’invio di nuove armi. Ciò ha fatto speculare su possibili future intese del Tycoon ceco su un asse con lo slovacco Fico e l’Ungherese Orbán[14].
L’attuale premier Petr Fiala[15], leader dell’ODS, divenne capo di governo dopo le elezioni 2021con un accordo tra un cartello elettorale di forze di destra SPOLU (in italiano insieme) di cui era il leader e altre formazioni in prevalenza di centrodestra[16], mandando Babiš all’opposizione. La coalizione di governo, per l’approccio sull’Ucraina, per la partecipazione di partiti pro-UE come STAN, TOP 09 ed i Pirati[17], e per l’ostilità verso la Russia e la Cina si è caratterizzata per una prospettiva atlantista ed europeista; Fiala ha abbandonato il klausismo in politica estera e ridimensionato le frange euroscettiche del suo partito; tuttavia, il collante principale della coalizione del governo Fiala è l’opposizione a Babiš. Alle elezioni del 2021 SPOLU ottenne circa il 27% dei voti, come ANO di Babiš. I sondaggi attuali dicono che ANO ha oggi poco più del 30% dei consensi, mentre SPOLU si fermerebbe poco sopra il 20%; l’estrema destra dell’SPD[18] con i suoi alleati raccoglierebbe il 12%, sia i Pirati che i centristi di STAN sono accreditati attorno al 10% e il cartello delle sinistre Stačilo![19], guidato dalla comunista Kateřina Konečná, al 7%. Ad oggi solo STAN potrebbe nuovamente allearsi con l’ODS e gli altri partiti di SPOLU. La comunista Konečna si definisce una patriota di sinistra, è contraria alle forniture di armi all’Ucraina ed alle sanzioni alla Russia. L’attuale compagine di governo potrebbe contare su circa il 30% dei consensi, mentre dalle urne potrebbe emergere un governo di ANO che nasce dall’appoggio dell’estrema destra e dell’estrema sinistra, anche grazie all’astensione di una o diverse forze politiche. Tale governo metterebbe insieme partiti che con diversa intensità sono euroscettici e in gran parte filorussi e che non hanno fatto opposizione tra il 2017 ed il 2021 al governo Babiš. Tale alternativa sembra sondaggi alla mano quella più credibile e forse quella più facilmente giustificabile, ma potrebbe essere sgradita a diverse aree della potenziale maggioranza, alla parte meno nazionalista di Stačilo, ma forse persino allo stesso Babiš, che punta sull’euroscetticismo ma probabilmente non ha alcuna voglia di portare il paese nell’orbita della Russia, sia per i suoi interessi economici, sia perché sa che la scelta di allineare il paese all’Ungheria di Orbán e alla Slovacchia di Fico sarebbe ampiamente impopolare tra gli elettori in Cechia. Una possibile soluzione potrebbe essere un accordo per un nuovo governo Babiš, con l’appoggio delle frange più conservatrici dell’attuale maggioranza di centrodestra. Tale esecutivo potrebbe nascere come un governo di coalizione o come monocolore con l’astensione di una parte dell’attuale maggioranza. Si ricordi che per gran parte degli anni Novanta il fondatore dell’ODS Klaus puntò sulla “paura del rosso” affermando che i socialdemocratici al governo avrebbero esposto il paese al pericolo di un ritorno al comunismo, poi, nel 1998 quando i socialdemocratici ed i comunisti avrebbero avuto i numeri per un governo di unità delle sinistre, ipotesi sgraditissima per una buona fetta dei socialdemocratici, concluse un accordo con il leader deli socialdemocratici Zeman che consentì, con l’astensione del suo ODS, la nascita di un monocolore socialdemocratico. Sostanzialmente Klaus si rimangiò una linea politica portata avanti per molti anni, lanciando il messaggio che aveva sacrificato l’interesse di partito per l’interesse nazionale, poiché in questo modo avrebbe affrancato il premier Zeman dalla dipendenza dagli estremisti comunisti. Oggi le frange più conservatrici dell’ODS potrebbero rinnegare la loro ostilità verso Babiš, dichiarando di farlo per non mettere il tycoon nelle mani dell’estrema destra e dell’estrema sinistra filorusse. In questo modo silurerebbero l’attuale capo di partito Fiala, seppellirebbero la sua linea di apertura all’UE e riporterebbero il paese in politica estera nel solco del klausismo.
2. Polonia
Dal 2005 le elezioni parlamentari e presidenziali polacche sono un derby tra la destra liberale della Piattaforma Civica- Coalizione Civica (PO – KO) e la destra confessionale e populista di diritto e Giustizia (PiS). Dal 2023 il primo ministro è nuovamente premier Donald Tusk, leader della Coalizione Civica, già capo del governo polacco (2007-2014) e presidente del Consiglio dell’Unione Europea (2014-2019), nato liberista, negli anni spostatosi sempre più su posizioni centriste. Nel 2023 la destra populista del PiS ottenne alle politiche circa il 35% e la destra liberale di Tusk il 30%, ma quest’ultimo riuscì a fare un’alleanza con i centristi di Terza Via, che con quasi il 15% dei voti furono la vera sorpresa delle elezioni e con la sinistra di Lewica che ottenne circa il 9% dei voti. A giugno di quest’anno il candidato della Coalizione Civica di Tusk, il sindaco di Varsavia Rafal Trzaskowski ha perso per circa due punti il secondo turno delle presidenziali contro il candidato della destra populista di Diritto e Giustizia, il professore di storia Karol Nawrocki, un neofita della politica. Al primo turno delle presidenziali (i) il sindaco di Varsavia ha ottenuto il 30% dei voti che costituisce da tempo il bacino della destra liberale, (ii) i partner di coalizione centristi e di sinistra di Donald Tusk si sono indeboliti (iii) i due candidati a destra del PiS hanno ottenuto ottimi risultati. Nel frattempo, il cartello elettorale delle forze di centro che supportano Tusk ha cessato di esistere, perché il Partito dei Contadini, una delle sue due componenti rilevanti, ha deciso di interrompere la collaborazione. I sondaggi affermano che in nuove elezioni parlamentari Confederazione[20], una forza a destra del PiS raccoglierebbe circa il 15% dei voti, inoltre non pare vi sia più alcuno spazio per partiti centristi; secondo Daniele Stasi, docente di storia all’università di Foggia ed all’università di Lublino, ciò sarebbe dovuto alla forte polarizzazione della politica polacca. Il presidente Nawrocki sta diventando sempre più abile e visibile ed il governo è in grande crisi; è tuttavia presto per dire se la legislatura arriverà al suo naturale termine o se vi saranno elezioni anticipate.
Se si votasse domani e i sondaggi di oggi fossero veritieri l’estrema destra di Diritto e Giustizia e l’estrema-estrema destra di Confederazione avrebbero la maggioranza in parlamento. È vero che la linea in politica economica di Confederazione simile a quella dei Tea Party americani e le posizioni filorusse di alcuni suoi esponenti rendono difficile un governo di unità delle due forze di destra radicale, ma alcune dinamiche quali il ruolo di unificatore delle destre del presidente Nawrocki e l’allontanamento dei filorussi potrebbero favorire la nascita del governo polacco più a destra di sempre. Si noti infine che almeno fino a quando saranno rilevanti Tusk dal lato dei “civici” e Jarosław
Kaczyńskì dal lato dei populisti è difficile pensare in Polonia ad un accordo tra parti di destra liberal-liberista e parti di destra populista per scongiurare una maggioranza con dentro gli estremisti di Confederazione.
Infine, è opportuno ricordare che alcuni osservatori sottolineano che la Polonia si sta sempre più spostando verso il baltico: la parte settentrionale del paese sta diventando sempre più importante per implementare la strategia di diversificazione delle fonti di energia per affrancarsi dalla dipendenza dalla Russia e il paese sembra oggi somigliare più a Estonia, Lettonia e Lituania che agli altri membri di Visegrád. Questo sarà ancora di più vero se Babiš diverrà premier in Cechia e allineerà il paese alla Slovacchia di Fico e all’Ungheria di Orbán[21], ipotesi improbabile ma non impossibile e soprattutto soluzione a cui si potrebbe arrivare non per entusiasmo ma per mancanza di alternative.
3. Slovacchia
Attualmente il premier del paese è Robert Fico, di fatto la figura politica più rilevante della Slovacchia da quando vinse per la prima volta le elezioni nel 2006. Fico ufficialmente è leader di un partito socialdemocratico lo SMER, che però ha una storia perlomeno ambigua: già nel 2020 veniva definito partito conservatore[22] e nel 2023 è stato espulso dal PSE. È stato premier dal 2006 ad oggi con due sole interruzioni tra il 2010 ed il 2013 e tra il 2018 ed il 2023. Nel 2018 il governo Fico fu travolto da uno scandalo, a seguito dell’assassino di un giovane cronista Ján Kuciak, che stava indagando su malversazioni relative all’impiego di fondi europei. Le inchieste portarono alla luce legami tra la ‘ndrangheta calabrese ed alcuni uomini vicini alla maggioranza di governo. Il leader dello SMER sembrava politicamente finito, ma sfruttando l’insoddisfazione di una parte dell’opinione pubblica per la gestione della pandemia, la paura dei vaccini e le tensioni causate dalla guerra è riuscito a riprendersi il ruolo di premier dopo le elezioni 2023, nonostante sia stato coinvolto nel più grande scandalo della storia della Repubblica Slovacca. La longevità di Fico è senza dubbio causata dal fatto che i governi liberali (2010-2013) e “liberal-populisti[23] (2020-2023) che sono nati mandandolo all’opposizione si sono rivelati instabili, incapaci di completare la legislatura e talvolta anche incapaci di portare avanti le loro funzioni essenziali. Nei mesi che precedettero le elezioni del 2023 era evidente l’unica finalità che teneva in piedi il governo fosse rinviare di qualche mese la vittoria di Fico. I governi dell’attuale premier slovacco sono stati spesso definiti rosso-bruni, perché lo SMER ha ripetutamente fatto coalizioni di governo con una forza di estrema destra il Partito Nazionale Slovacco (SNS), in maggioranza anche nella legislatura attuale. Ma le coalizioni rosso-brune non sono una novità in Slovacchia, furono ricorrenti anche nel periodo in cui la figura principale della politica slovacca era Vladimir Mečiar (ovvero dall’indipendenza nel 1993 al 1998)[24]. Fico pur non disdegnando da sempre collaborazioni con forze populiste ed estremiste[25] e pur avendo avuto fin dal suo esordio rapporti difficili con la stampa, negli anni si è sempre più radicalizzato. Quando rifiutò la proposta di redistribuzione dei migranti della commissione Juncker, dopo il 2014, assunse addirittura una posizione più dura dei suoi partner nazionalisti, infine ritornato al governo nel 2023, vuole oggi punire i magistrati che hanno provato a processarlo e liberarsi delle authority e dei contrappesi che possono intralciarlo come l’anticorruzione e la magistratura indipendente. Dialoga bene con Orbán e con Putin, incontra spesso il leader russo. Ha preso parte alle cerimonie per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra mondiale a Mosca il 9 maggio scorso[26], ha inoltre partecipato alla analoga parata cinese del 2 settembre, dove era l’unico leader europeo[27]. La stampa progressista e filoccidentale slovacca ha per queste iniziative attaccato Fico, affermando che si tratta delle azioni più nocive all’immagine del paese dai tempi dell’isolamento di Vladimir Mečiar.
L’ SNS, alleato dello SMER, nato prima come partito di nostalgici del fascismo autoctono, poi normalizzatosi, ha spesso cambiato pelle ed oggi è un partito filorusso.
Fico si trova oggi nel momento più difficile della sua vita politica dopo i problemi con la giustizia che travolsero il suo esecutivo nel 2018. In Slovacchia vi sono continue proteste di piazza animate da quella parte del paese che non gli perdona i tentativi di commissariare la giustizia e l’avvicinamento a Putin. La destra liberale di Slovacchia Progressista è indicata dai sondaggi quale nuovo partito di maggioranza relativa e a inizio 2025 Fico ha per qualche mese perso la maggioranza parlamentare. Se si votasse domani verosimilmente il nome del premier non sarebbe determinato dai voti guadagnati da Slovacchia Progressista o dallo SMER ma dagli altri partiti che passerebbero lo sbarramento. Il successo di forze come Hlas di Peter Pellegrini (transfughi dello SMER) e dell’estrema destra di Republika avvantaggerebbe Fico, quello di partiti liberali, centristi e democristiani i suoi avversari di Slovacchia Progressista. Nel 2023 Peter Pellegrini[28] leader di Hlas, che verosimilmente aveva già un accordo con Fico, annunciò che non avrebbe preso parte ad una coalizione europeista anti-Fico perché gli slovacchi non avrebbero tollerato un altro governo con una maggioranza debole ed eterogenea. Fico per anni ha vinto anche perché i suoi detrattori erano “quelli dei governi dell’instabilità”. Le maggioranze di Fico erano invece “quelle della solidità”. “L’autocrate” slovacco potrebbe essersi bruciato questo fattore di successo, tuttavia non è il caso di considerarlo al capolinea sia perché è sopravvissuto al più grande scandalo della storia della Slovacchia, sia perché le urne potrebbero sorridere a lui ed ai suoi alleati[29], sia perché potrebbe arrivare un significativo aiuto da Mosca.
4. Ungheria
L’ultraconservatore è nazionalista Viktor Orbán è il primo ministro dell’Ungheria Ininterrottamente dal 2010, quando riuscì a ritornare al governo. Era già stato capo del governo dal 1998 al 2022. Negli ultimi 15 anni ha vinto le elezioni per quattro volte consecutive, per i problemi e l’eterogeneità delle opposizioni in prevalenza di centro e di sinistra, ma anche perché dopo il ritorno al potere nel 2010, con una serie di provvedimenti liberticidi, ha reso le elezioni sempre meno competitive. Le organizzazioni internazionali e le istituzioni che si occupano di monitorare la democrazia affermano che le elezioni in Ungheria sono generalmente ben organizzate e gestite e non ci sono evidenze di brogli ai seggi al netto di qualche presenza intimidatoria, tuttavia le opposizioni da anni non sono in grado di competere perché i tribunali e gli organi di controllo di fatto rispondono al governo, non esiste più la stampa libera uccisa oltre che dalla censura dalla patologica carenza di risorse finanziarie e gli spazi per i leader delle opposizioni sono stati negli ultimi anni pochissimi. L’ex premier Ferenc Gyurcsány afferma che fa fatica a prendere in affitto un gazebo a Budapest e durante la campagna per le elezioni 2022 le televisioni praticamente ignorarono il candidato premier delle opposizioni unite Péter Márki-Zay. Esiste un vero e proprio sistema-Ungheria.
La grande novità è che però oggi Orbán ha un nuovo sfidante, Péter Magyar[30], che fino a poco più di un anno fa faceva parte di FIDESZ, il partito di governo. Magyar ha approfittato, all’inizio del 2024 di uno scandalo che ha travolto FIDESZ ed ha portato a dimissioni eccellenti[31]per formare di fatto un nuovo partito, TISZA[32]. Il suo esordio alle europee 2024 fu brillante, ma fino al 2025 sembrava che Orbán controllasse saldamente la situazione: TISZA raccolse un sorprendente 30%, mentre FIDESZ sfiorò il 45%. Con i numeri delle europee 2024, considerato il sistema elettorale che assegna due terzi dei voti con il metodo maggioritario, Orbán in nuove elezioni politiche sarebbe stato molto probabilmente riconfermato alla guida dell’esecutivo. In sostanza TISZA alle europee dello scorso anno rubò più voti alle opposizioni di centro e di sinistra che ad Orbán. I nuovi sondaggi delineano però un quadro completamente diverso, accreditano TISZA di Magyar ben oltre il 45%, quasi dieci punti sopra FIDESZ. Si tratta per Orbán delle peggiori previsioni da quando divenne premier nel 1998 e Magyar sembra molto più competitivo di qualsiasi suo altro avversario negli ultimi 19 anni. Rispetto alle politiche del 2022, il principale competitor dell’autocrate ungherese non guida una coalizione assai eterogenea (mai premiata a Budapest alle urne) ma un partito di centrodestra che sa parlare bene tutti i detrattori dell’autocrate ungherese, che hanno da tempo colori politici molto variegati. Alcuni partiti centristi hanno annunciato che non parteciperanno alle elezioni 2026 per non sottrarre voti a Magyar; infine, lo sfidante di Orbán, essendo cresciuto in FIDESZ, ha buone possibilità di portare dalla sua parte pezzi del sistema-Ungheria. La partita non è che appena cominciata e Magyar ha già denunciato influenze russe sul voto, per favorire l’amico Orbán. Non è chiaro come gli ungheresi reagiranno alle pressioni di Mosca, né come Orbán reagirà se verrà sconfitto. Cosa succederebbe se per esempio Orbán perdesse le elezioni e non riconoscesse l’esito del voto? Cosa succederebbe se nella partita provasse ad inserirsi anche Mosca?
5. È l’economia stupido![33]
Nella prospettiva occidentale i driver principali di tutte le elezioni nei paesi postcomunista sono la guerra in Ucraina e i rapporti con la Russia. Così se vincono le elezioni candidati vicini a Putin. come Fico e Orbán, i giornali occidentali, soprattutto quelli italiani, raccontano di opinioni pubbliche diventate largamente filorusse; le vittorie di politici filoccidentali vengono commentate in modo meno enfatico ma spesso in modo altrettanto disinformato. Tuttavia, le vicende politiche dei paesi di Visegrád spesso dipendono da questioni nazionali, questioni interne alle coalizioni di governo e soprattutto da fattori economici.

Fonte tabelle: IMF data mapper, settembre 2025
Senza dubbio una delle dinamiche più significative degli anni successivi alla pandemia, in tutto il mondo, è stata l’esplosione dell’inflazione. In Europa Centro-Orientale l’inflazione ha pesato di più e più a lungo che nei paesi dell’Europa Occidentale. Per esempio in Italia e in Germania nel 2022 si registrò un’inflazione di circa il 9% e nel 2023 di circa il 6%; nel 2022 l’inflazione registrata nei paesi di Visegrád variò tra il 12% della Slovacchia e il 15% della Repubblica Ceca e nel 2023 tra l’11% circa di Slovacchia e Repubblica Ceca ed il 17% dell’Ungheria; tra l’altro già il 2021 fu un anno di alta inflazione nei paesi di Visegrád, quasi il 4% in Repubblica Ceca ed oltre il 5% in Slovacchia e Ungheria e mentre nei paesi dell’Europa Occidente l’inflazione dal 2024 è tornata ai livelli dei parametri di Maastricht, nel 2025 si registrerà una crescita dei prezzi al consumo di circa il 4% in Polonia e di quasi il 5% in Ungheria.
Inoltre, il Fondo Monetario Internazionale prevede che al netto della Polonia, dove il PIL correrà crescendo nei prossimi anni a circa il 3%, i dati sulla crescita saranno meno entusiasmanti negli altri paesi di Visegrád. Sembra pesare negativamente la performance della Germania. L’unico dato positivo sembra la disoccupazione abbastanza stabile su livelli bassissimi il 3% in Polonia ed addirittura il 2,4% in Repubblica Ceca; tra l’altro tale dato dovrebbe essere letto congiuntamente a quello della popolazione attiva, la disoccupazione rimane bassa anche perché la popolazione diminuisce.
In sintesi, dopo la pandemia i paesi di Visegrád continuano ad avere condizioni economiche nettamente migliori a quelle degli altri paesi postcomunisti, ma si nota un rallentamento unito ad un’elevatissima inflazione.
In Repubblica Ceca il leader dell’opposizione Babiš sta conducendo una campagna elettorale che punta ad addebitare la responsabilità dell’inflazione alla maggioranza di governa. Babiš confronta il prezzo corrente di generi alimentari quali uova con quello che si registrava quando lui era premier. Una comunicazione politica di questo genere può pure essere drammaticamente debole da un punto di vista tecnico, è evidente che con in mezzo una pandemia ed una guerra l’inflazione non è solo colpa del governo in carica, ma la medesima campagna elettorale, fatta di incursioni nei supermercati, ha portato Trump per la seconda volta alla Casa Bianca. Inoltre, i partiti di estrema destra stanno puntando su slogan come “se costa meno la benzina, costa tutto meno [34]” e sulla promessa di ridurre il costo delle abitazioni[35]. Peraltro, il dibattito sull’inflazione potrebbe essere infiammato con la finalità di spingere l’opinione pubblica a pensare che sia opportuno scaricare l’Ucraina e che senza la guerra tanti problemi non si sarebbero mai manifestati. Tuttavia, occorre ricordare che l’inasprimento del confitto in Ucraina con l’invasione su larga scala del 2022 ha verosimilmente contribuito ad accentuare una crescita dell’inflazione che già c’era ed è la controindicazione dei necessari piani di rilancio della domanda seguiti al COVID 19[36].
Ancor più complicata è la questione della crescita e dell’occupazione. Certamente vi è una fase congiunturale, il rallentamento della Germania ha gravato molto sui paesi dell’Europa Centro-Orientale che sono assai interconnessi con la locomotiva tedesca. Non è un caso che la dinamica del PIL meno penalizzata dal rallentamento della Germania sia quella polacca. Come nel 2009, quando la Polonia fu praticamente l’unico paese in Europa a far registrare una performance del PIL positiva[37], anche questa volta sembra l’unico paese dell’area che non è completamente azzoppato dalla performance negativa dei paesi vicini a partire dalla Germania. Probabilmente ciò avviene perché ha un modello in cui la domanda interna è rilevante. Eppure, come avvenne nel 2005 e nel 2015 la destra nazionalista potrebbe tornare al governo nonostante tanti anni di crescita.
Dopo il 1989 i paesi postcomunisti sono cresciuti più di quelli occidentali per alcuni fattori di vantaggio competitivo, per esempio, uno dei tradizionali punti di forza dei paesi di Visegrád è la manodopera molto qualificata in relazione al suo costo. Tali vantaggi si stanno attenuando. In Repubblica Ceca da diversi anni perfino gli industriali, per la verità spesso in modo abbastanza confuso, parlano della necessità di varare una seconda trasformazione economica che vada oltre un modello competitivo basato in prevalenza sul basso costo del lavoro e investimenti esteri[38], ma al netto dei tentativi di digitalizzazione del paese non abbiamo visto alcuno sforzo trasformativo. In Slovacchia, non pare vi sia una strategia per rendere il paese meno dipendente dall’Automotive. La cooperazione politica di Visegrád è stata troppo esaltata, mentre i suoi spazi erano assai limitati. Spesso politicamente le lancette degli orologi di Visegrád non erano affatto allineate e sovente tali paesi, al netto del costo del lavoro, sono stati assai diversi anche sul piano economico. Poteva esserci un certo spazio sul piano delle infrastrutture e dell’energia, ma ad oggi gli anche tale tipo di cooperazione appare difficile. L’unico paese che ha una netta strategia energetica è la Polonia, sta provando ad emanciparsi dal gas russo con le rinnovabili (eolico soprattutto) e valutando anche l’opzione del nucleare civile. La Slovacchia e l’Ungheria con Fico ed Orbán, pare vogliano utilizzare i buoni rapporti con la Russia per ottenere migliori prezzi sul gas, ma anche per crescere sul piano della capacità nucleare. Il dibattito sembra più vago in Cechia, ove vi sono timidi tentativi di puntare su un maggior impiego del nucleare, ma la politica ha paura di parlare di rinnovabili perché sono percepite come costose dagli elettori. Al momento il paese ha solo diversificato i fornitori di gas e la Russia non è più un partner commerciale imprescindibile.
Una buona fetta dell’opinione pubblica è impaurita dal prolungarsi della guerra e dalla transizione ecologica anche perché teme per il proprio lavoro. Ciò è ragionevole anche considerando che nei paesi di Visegrád è assai rilevante il peso della manifattura sul PIL.
6. Conclusioni
Gli anni che sono seguiti alla pandemia sono stati caratterizzati da tensioni e cambiamenti. L’inflazione e i problemi economici hanno scosso l’opinione pubblica e la guerra l’ha polarizzata. In generale la competizione elettorale è sempre più un confronto tra una destra liberal conservatrice ed una destra radicale e nazionalista[39]. I partiti di sinistra possono ambire al massimo al ruolo di junior partner nelle coalizioni di governo.
| Tabella 1 | ||
| Paese | Prossime elezioni | Situazione |
| Cechia | 3/4 ottobre 2025 | il capo dell’opposizione potrebbe diventare il nuovo premier |
| Polonia | 11 novembre 2027 | Elezioni politiche lontane, maggioranza in difficoltà. Ad oggi difficile dire se legislatura arriverà a naturale scadenza. Secondo i sondaggi l’estrema destra del Pis e l’estrema-estrema destra di Kofederacja otterrebbero alle urne poco di più del 50% dei seggi |
| Slovacchia | pianificate per il 2027, possibili elezioni anticipate | Il premier Fico è pressato dalla piazza. Ad oggi il suo partito nei sondaggi non è più quello di maggioranza relativa superato da Slovacchia Progressista. Dopo nuove elezioni sarebbero i piccoli partiti che superano lo sbarramento a determinare il nome e il partito del nuovo premier. Da inizio anno è cresciuta l’instabilità |
| Ungheria | aprile 2026 | Per la prima volta dopo le elezioni perse nel 2006 FIDESZ di Orbán considerevolmente indietro nei sondaggi |
L’evoluzione del consenso elettorale sembra indicare uno spostamento verso la destra nazionalista, che si sta rafforzando in Cechia e in Polonia; in Slovacchia il “sovranista” locale Fico sembra in difficoltà ma non è detto le urne non premino nuovamente lui ed i suoi alleati. In Tutta l’area si sente l’effetto del trumpismo, anche dove l’opinione pubblica è largamente schierata a favore dell’Ucraina. Nell’imminenza delle elezioni 2017, che portarono Babiš a diventare premier delle Repubblica Ceca, il tycoon, intervistato da Est-Ovest, approfondimento del telegiornale RAI del Friuli-Venezia Giulia rispose al giornalista che lo paragonava a Berlusconi e Trump affermando che a differenza di Berlusconi non aveva conflitti d’interessi e che le sue imprese a differenza di quelle di Trump facevano utili. Oggi Babiš appare allineato all’universo MAGA
La parola chiave di questi tempi, radicalizzazione, può essere declinata in diversi termini
- Sta sparendo lo spazio al centro, tale dinamica si vede soprattutto in Polonia, dove l’attuale governo è nato nel 2023 grazie al 15% dei voti portatati da un cartello centrista che si era dato il nome di “Terza via”. Tale cartello prima è sceso fino al 5% nei sondaggi, poi si è dissolto
- Accanto alla destra radicale che chiamiamo sovranista stanno nascendo e si stanno rafforzando partiti di estrema-estrema destra, si pensi a Confederazione in Polonia o al fatto che in Cechia a destra del “sovranista” Babiš vi sono almeno tre proposte di destra radicale o populista ed il cartello delle sinistre, Stačilo, ha una notevole componente di sovranisti, al punto che qualcuno parla di cartello rosso-bruno
- Si assiste ad un graduale spostamento a destra di politici che non sono nati estremisti. In Cechia l’imprenditore Babiš, nato come leader di un partito pigliatutto, potrebbe diventare un nuovo campione del sovranismo, seguendo una strada già percorsa da molti in passato nell’area. Il “padre fondatore” dell’euroscetticismo ceco Václav Klaus, nasce liberale. In Ungheria l’Orbán che abbiamo visto del 2010 in avanti è diverso da quello delle origini che nasce progressista, poi a seguito di due diverse radicalizzazioni diventa prima conservatore e poi ultraconservatore. In Polonia la destra confessionale di Diritto e Giustizia nasce da una scissione a destra di un cartello di forze liberali e popolari
- La Cechia, l’unico dei paesi di Visegrád che fino ad ora mai ha espresso governo populisti, potrebbe con il prossimo esecutivo, somigliare un po’ di più alla Polonia di Diritto e Giustizia e all’Ungheria di Orbán
Sicuramente l’ascesa della destra radicale è frutto anche di un mancato contrasto alle disuguaglianze[40], che data anche la crescita robusta, avrebbe potuto essere una priorità nell’area negli scorsi lustri. La vicina Slovenia, che dal 1989 è stata meno liberista dei paesi di Visegrád da molti anni ha un rilevante partito di destra radicale, il Partito Democratico Sloveno di Janez Janša, che naviga tra il 20 ed il 30% e spesso è la prima forza del paese, ma ha anche un significativo schieramento progressista. È paradigmatico il caso ceco, probabilmente se il premier Fiala avesse fatto di più per alleviare i costi dell’inflazione oggi non sarebbe così debole nei sondaggi.
La guerra ha definitivamente sepolto Visegrád, la Polonia dialoga oggi meglio con i paesi baltici e pur aspettando si possano valutare i cambiamenti che potrebbe portare un nuovo governo Babiš in Repubblica Ceca, pare che spesso i quattro paesi dell’Europa centrale siano guidati da forze che, per usare un eufemismo, interpretano in modo diverso la democrazia.
A breve forse crescerà l’instabilità, vedremo maggioranze inedite e forse perfino governi di minoranza
[1] Dal 2010 in sostanza in tutte le tornate parlamentari era scontato FIDESZ di Orbán ottenesse la maggioranza. Alle elezioni 2010 trionfò perché la legislatura precedente fu drammatica per la coalizione a guida socialista. Nelle elezioni successive, a causa del pervasivo controllo di FIDESZ sulle istituzioni e sul mondo della stampa, la competizione elettorale è divenuta sempre meno equa
[2] Alexander Dubček (1921-1992), uomo politico Cecoslovacco, segretario del partito comunista cecoslovacco dal 1963 al 1968, fu il leader della Primavera di Praga; tentò di avviare un processo liberale bloccato dall’invasione delle truppe sovietiche e degli altri paesi del Patto di Varsavia nell’agosto 1968
[3] Vacláv Havel (1936-2011), intellettuale e dissidente cecoslovacco, primo presidente delle Cecoslovacchia democratica dal 1989 al 1992 d primo presidente della Repubblica Ceca dal 1993 al 2003
[4] AA.VV. Czech Democracy in danger, a cura di Astrid Lorenz e Hana Formánková. Palgrave-Macmilian, 2020
[5] Vacláv Klaus (1941), economista, padre fondatore del Partito Civico Democratico (ODS). Ministro delle finanze della Cecoslovacchia dal 1989 al 1992; primo ministro della Repubblica Ceca dal 1993 al 1998 e secondo Presidente della Repubblica Ceca dal 2003 al 2013. Nasce come liberista classico, lo chiamavano la Thatcher dell’Europa dell’est, negli anni sposa posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, si sposta prima su posizioni euroscettiche e infine su posizioni sovraniste, arrivando ad avvicinarsi ad Orbán e diventando senior advisor di Trikolora, un partito di estrema destra nato da una scissione dell’ODS e di cui uno dei suoi figli è stato una figura di spicco
[6] ODS è l’acronimo Občanská Demokratická Strana, in Italiano Partito Civico Democratico
[7] ČSSD è l’acronimo di Česká Strana Sociálně Demokratická, in Italiano Partito Socialdemocratico Ceco
[8] Andrej Babiš (1954), imprenditore slovacco, uno tra gli uomini più ricchi del paese con una fortuna stimata da Bloomberg in diversi miliardi. Fondatore del gruppo Agrofert, operante in molti paesi al mondo ed attivo tra gli altri nei settori alimentari, chimico e dei media
[9] ANO, che in ceco significa anche sì, è l’acronimo di Akce nespokojených občanů, in italiano azione dei cittadini isoddisfatti
[10] A. PIERALLI, REP. CECA: Il premier Babiš e la faida politica col figlio, EastJournal, 23 settembre 2021 “Nel 2008 Babíš, all’epoca ancora lontano dalla politica attiva (fonderà il suo partito ANO nel 2011), fa intestare uno spinoff della sua holding Agrofert ai figli del primo matrimonio e al cognato del secondo matrimonio con il probabile intento di ricevere una sovvenzione europea, poi riconosciuta, di 54 milioni di corone (circa 2 milioni di euro) per costruire una struttura ricettiva di lusso chiamata Čapí hnízdo (Nido di Cicogna). Il programma di sostegno era, però, riservato alle piccole e medie imprese…di qui un caso politico e giudiziario che si trascina tuttora e che ha visto interessarsi anche l’OLAF e la Commissione europea…”
[11] Prima dell’avvento dell’attuale leader Petr Fiala l’ODS era scivolato al 7% circa (elezioni 2013) ed era fortemente diviso per la rilevanza di una corrente più vicina all’estrema destra che al campo conservatore
[12] Alle elezioni politiche 2021 ed europee 2024 il partito non ha superato la soglia di sbarramento. Ha inoltre perso figure di spicco che hanno considerato il partito sempre più populista. Alle elezioni 2025 il partito ha negoziato un accordo con i comunisti.
[13] Patriots.eu è un gruppo politico europeo di estrema destra i cui principali partiti sono i francesi del Rassemblement National (Le Pen); gli italiani della Lega, gli olandesi del Partito della Libertà di Gert di Wilders; gli spagnoli di Vox e gli austriaci dell’FPÖ
[14] Babiš: Solution to war in Ukraine is in diplomacy, not sending more weapons. 3 maggio 2025. Radio Prague International
https://english.radio.cz/babis-solution-war-ukraine-diplomacy-not-sending-more-weapons-8844639
ANO government would cancel ammunition initiative, Babiš tells Reuter, 16 luglio 2025. Radio Prague International
[15] Petr Fiala (1964), docente universitario di Scienze Politiche
[16] In vista delle elezioni 2021 tre partiti di centrodestra, ODS, KDU-ČSL e TOP 09, annunciarono costituzione del cartello elettorale SPOLU e indicarono quale candidato premier Petr Fiala, il leader dell’ODS, il partito che tra i tre aveva più consensi. All’esito delle elezioni sia SPOLU che il partito populista ANO del miliardario Andrej Babiš ottennero circa un terzo dei seggi. Fiala divenne premier dopo un accordo con un altro cartello elettorale formato dal partito dei Pirati, una forza di social-liberale che può essere considerata di centrosinistra e STAN, il Partito dei Sindaci e degli Indipendenti, una forza localista e di centrodestra.
[17] Questi ultimi in coalizione fino all’ottobre 2014,
[18] Svoboda a přímá demokracie, in italiano Libertà e Democrazia Diretta, partito anti-immigrati e a favore dell’abbandono dell’UE, che qualcuno arriva a definire perfino neofascita.
[19] In ceco basta! Coalizione nata attorno al Partito Comunista di Boemia Moravia
[20] Konfederacja Wolność i Niepodległość – KwiN, in Italiano Confederazione libertà e indipendenza
[21] Si legga a proposito Wind of Change, Poland is becoming less central European and more Baltic. The Economist. August 30th– September 5th 2025
[22] V.BILCIK – J.BUZALKA, Slovakia in Life in post-communist Eastern Europe after EU membership. Happy ever after? Routledge 2012, pag. 67
[23] Il governo di Iveta Radičová (2010-2012) cadde per difficoltà di convivenza tra le sue componenti democristiane e quelle liberiste, arrivò al termine della sua esperienza perché i liberisti di Libertà e Solidarietà abbandonarono la maggioranza. La successiva esperienza di governo degli oppositori di Fico, tra il 2020 ed il 2023 fu ancora più tormentata, per la necessità di far convivere la forza più rilevante della legislatura, i populisti di Ol’ano anticorruzione, anti-immigrazione e molto restrittivi sulle politiche sociali con le altre forze di destra, su tutte i liberisti di Libertà e Solidarietà. Nella legislatura 2020-2023 faceva parte della maggioranza di governo anche il partito di estrema destra Sme-Rodina.
[24]Vladimir Mečiar (1942), politico slovacco. Tra i sostenitori dell’indipendenza slovacca, fu primo ministro della parte slovacca della Cecoslovacchia nel 1992 e primo ministro della Slovacchia indipendente per due volte tra il 1993 ed il 1998
[25]Il primo governo Fico nasceva con un’alleanza postelettorale con il Movimento per una Slovacchia Democratica di Mečiar considerato una forza populista e autoritaria e con il Partito Nazionale Slovacco (SNS), una forza ultranazionalista
[26] Nonostante le posizioni dell’alto rappresentante della politica estera kaja Kallas e del presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa Fico è stato l’unico primo ministro europeo a partecipare alla parata del 9 maggio
Slovakian and Serbian leaders defy EU to attend Russian military parade. The Guardian, 9 maggio 2025
[27] Cosa ci faceva il primo ministro slovacco alla parata militare della Cina, Il post, 3 settembre 2025
[28] Oggi Presidente della Repubblica
[29] Il termine della legislatura è fissato per il 2027
[30] Péter Magyar (1981), avvocato e politico ungherese. Già membro di FIDESZ, ex marito di Judit Varga, ministro della giustizia, tra il 2019 ed il 2023. nei governi Orbán IV e V
[31] Ad inizio febbraio 2024 la testata online ungherese 444.hu riportò la notizia che la Presidente della Repubblica Katalin Novák, in occasione della visita in Ungheria del Pontefice, aveva concesso la grazia al vicedirettore di un orfanotrofio condannato per favoreggiamento in un caso di molestie sessuali ai danni di minori. Gli uomini incriminati, per pedofilia o per favoreggiamento, appartengono come la Presidente Novák alla chiesa ungherese riformata. Il paese fu attraversato da vibranti proteste, culminate con le manifestazioni del 9 febbraio in cui diverse decine di migliaia di cittadini chiesero le dimissioni della Presidente. Il 10 febbraio Novák si dimise; lo stesso fece la parlamentare Judit Varga che abbandonò la politica, ministro della giustizia di Orbán dal luglio 2019 al luglio 2023, quando aveva lasciato il ministero per assumere l’incarico di capolista di FIDESZ alle elezioni europee.
[32] Tisztelet és Szabadság Párt, in italiano Partito della Libertà e del Rispetto, formazione di centrodestra che ha assunto rilevanza quando vi ha aderito Magyar
[33] “It’s the economy, stupid” fu uno degli slogan utilizzati da Clinton nella campagna elettorale contro Bush Senior nel 1992. Il democratico lanciò il messaggio che si dovesse votare per il candidato con le migliori ricette in economia e che le working class dovessero decidere sulla base di questioni quali l’accessibilità del sistema sanitario.
[34] Per esempio, I Motoristi per loro stessi, in ceco Motoristé sobě, si tratta di un partito fondato da figure che possono essere considerate di estrema destra, che si scaglia contro le misure ambientaliste ed il Green Deal.
[35] L’SPD di Tomio Okamura (Svoboda a přímá demokracie, in Italiano Libertà e Democrazia Diretta) insiste sul caro immobili, che per la verità è un tema caro anche a “forze democratiche” come i Pirati
[36] Fonte Český statistický úřad. https://www.czso.cz/csu/czso/inflace_spotrebitelske_ceny. l’Ufficio ceco di statistica ha infatti attestato che per tre mesi di fila, a giugno, luglio ed agosto 2022 l’inflazione annuale ha oscillò tra il 17,2 ed il 17,5%. Certo la guerra e l’incremento del costo dell’energia hanno complicato la situazione ma già nei mesi antecedenti all’invasione dell’Ucraina la variazione annuale dell’indice dei prezzi al consumo era elevatissimo: 6,6% a dicembre 2021, 9,9% a gennaio e
[37] Fonte IMF data mapper
[38] https://2et.cz/en/
[39] In Slovacchia il “socialista” Fico è in realtà un nazionalista e conservatore che governa spesso con l’estrema destra. Non sempre ha quale principale competitor una destra liberale
[40] Che però non sembrano esplosive secondo le tradizionali misure come i coefficienti di Gini
