Leadership in Iran: la fine di Ahmadinejad

Anna Vanzan (Università di Milano e Università di Venezia “Ca’ Foscari”)

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Le elezioni per il rinnovo del Parlamento svoltesi in Iran nel marzo 2012 non hanno riservato grandi sorprese dal punto di vista del risultato: è stata una schiacciante vittoria per l’ala conservatrice che si riconosce nella figura della Guida Suprema, l’ayatollah Khamenei, a discapito di quella conservatrice rappresentata invece dal Presidente della Repubblica Islamica Mahmoud Ahmadinejad. Gli schieramenti presentatisi alle urne erano ampiamente favorevoli a Khamenei, quindi Ahmadinejad aveva scarse possibilità di successo. Certo, forse neppure il Presidente poteva immaginarsi che andasse così male, e che pure nella nativa cittadina di Garmasar venisse battuta addirittura la sorella Parvin a favore di un candidato della lista conservatrice- religiosa. Il voto ha reso possibile un massiccio schieramento di parlamentari che all’80% sono contrari alla linea di Ahmadinejad, rendendo questi ultimi mesi della sua presidenza alquanto difficili.

Per i molti cittadini che non sono andati alle urne, boicottando volontariamente un’elezione in cui non vi era libertà nella presentazione dei candidati, e, in particolare, erano stati esclusi (o si erano autoesclusi) tutti i riformisti, queste elezioni sono alquanto insignificanti: il voto finale era nell’aria, e comunque, dal loro punto di vista, nulla cambia. Semmai, molti sono stati delusi dal voto dell’ex Presidente riformista Mohammad Khatami, recatosi alle urne nonostante l’appello a non votare rivolto dai suoi “alleati” riformisti Mousavi e Karroubi, leader, forse loro malgrado, delle rivolte del 2009, ed entrambi ancora agli arresti domiciliari. I riformisti avevano addirittura preparato dei volantini per invitare a boicottare il voto, per cui non sorprende, quindi, che subito dopo siano apparse alcune vignette satiriche che criticano la decisione di Khatami: in una di queste, si vede l’ex presidente che si reca alle urne calpestando il sangue della giovane Neda Agha-Soltan, la ragazza uccisa durante le manifestazioni post elezioni del giugno 2009, divenuta il simbolo della protesta contro il regime.

L’unica sorpresa, in realtà, è stata l’alta percentuale di votanti, addirittura il 65%, questa sì una vera vittoria per Khamenei, e una rivelazione pure per lui. L’astensionismo era nell’aria, tant’è che non solo la Guida Suprema s’era esposta invitando a più riprese la popolazione a votare, ma addirittura, preventivamente, aveva abbassato la soglia della percentuale necessaria per ogni candidato per poter essere eletto. Mentre nelle precedenti elezioni, infatti, occorreva il 25% dei voti raccolti in una circoscrizione per essere eletti, in questa tornata ne sono bastati il 15%. Nei piccoli centri urbani e nei villaggi, inoltre, vi è stato un incoraggiamento monetario, per quanto modesto, volto a compensare in parte l’annullamento dei sussidi governativi che aiutavano molte famiglie ad arrivare a fine mese. Se il sussidio era stato tolto da Ahmadinejad (v. infra), l’aiuto arrivava da Khamenei: facile quindi ipotizzare per chi avrebbero votato i beneficiari dell’obolo.

Dopo la debacle elettorale della primavera scorsa che ha annullato la compagine parlamentare a lui favorevole, il Presidente della Repubblica Islamica d’Iran sembra scomparso, sia a livello interno quanto, soprattutto, a livello internazionale. Il count down per il suo ultimo anno di presidenza è cominciato, ma politicamente Mahmoud Ahmadinejad è già finito, annientato dai suoi avversari che si stanno combattendo ferocemente per la spartizione del potere, ma che ancora utilizzano la figura ormai caricaturale del Presidente per addossargli la colpa della sempre più profonda crisi economica che sta mettendo a dura prova la vita degli iraniani.

Infatti, a seguito del terribile terremoto che lo scorso agosto ha colpito l’Iran occidentale, causando morte e distruzione, l’ex ministro degli Esteri Manouchehr Mottaki e l’ex ministro degli Interni Mostafa Pourmohammadi, già incaricati durante il primo mandato presidenziale di Ahmadinejad (2005-09), hanno scritto una lettera a Khamenei invitandolo a privare il presidente dell’autorità rimastagli. Numerosi rapporti indicano che la lettera è stata firmata anche dall’ex ministro Farhad Rahbar (attualmente rettore dell’Università di Teheran) e l’ex Ministro delle Finanze Davood Danesh Jafari. Secondo la testata giornalistica Iran, peraltro di posizioni favorevoli al Presidente Ahmadinejad, la Guida Suprema intenderebbe formare un comitato nazionale composto dai capi di altri rami del governo e alcuni statisti anziani per assolvere alle funzioni presidenziali fino alle elezioni del prossimo anno. 1

Dopo questa notizia, un’altra, più inquietante, ha cominciato a circolare: Ali Khamenei, starebbe per ordinare l’arresto del presidente Mahmoud Ahmadinejad in un futuro non troppo lontano.

Quando il 19 giugno 2009 la Guida Suprema ha elogiato il suo presidente davanti ad un pubblico di milioni di iraniani, avallandone il secondo mandato, pochi avrebbero pensato che, in meno di due anni, i due uomini forti del regime avrebbero cospirato per eliminarsi l’un l’altro. Ma questo è proprio ciò che sembra essere accaduto. In realtà, anche senza il ricorso alle nuove rivelazioni, il declino politico di Ahmadinejad era da tempo più o meno determinato: un epilogo inaspettato dopo una brillante e intensa carriera.

Ascesa di un leader

L’attuale Repubblica Islamica d’Iran nasce nel 1956 in una famiglia modesta (il padre era un fabbro) in un villaggio a sud est di Tehran, trasferitasi nella capitale quando Mahmud ha un anno. Il futuro Presidente è un brillante studente della facoltà di ingegneria, dove frequenta gruppi religiosi radicali d’opposizione al regime imperiale nel tumultuoso periodo del pre rivoluzione; indi, consegue il dottorato e inizia la carriera universitaria, ma lo scoppio della guerra contro l’Iraq lo porta lontano da Tehran per prestare servizio come ingegnere dell’esercito nel corpo dei volontari basij. Terminato il conflitto, a Ahmadinejad vengono affidati una serie di incarichi come governatore in alcune città dell’Azerbaijan orientale; poi, nel 1993, diviene governatore generale della neo provincia di Ardabil, carica che mantiene fino al 1997, quando i riformisti conquistano il potere con il nuovo presidente Mohammad Khatami, e Ahmadinejad ritorna alla carriera universitaria. Ma nel 2003 rieccolo alla ribalta politica come sindaco di Tehran, dove i conservatori hanno riconquistato le posizioni perdute. Nel 2005 è candidato alla presidenziali, che vince con uno strepitoso risultato (oltre 17 milioni di voti su 27).2 Ahmadinejad inizia una politica di sussidi (energia, rifornimenti alimentari, buoni alle coppie di neo sposi ecc.) che gli procura la simpatia di una fetta di popolazione, ma che a lungo termine aggrava l’inflazione.

Mahmud Ahmadinejad s’impone pure all’attenzione internazionale già dopo pochi mesi dalla sua elezione, sbandierando posizioni estreme nei confronti non solo di Israele – vecchio nemico di moltissimi paesi islamici dell’area – ma soprattutto negando l’olocausto. Nel dicembre 2006, Tehran ospita un convegno di negazionisti, suscitando lo sdegno internazionale; ma Ahmadinejad entra nel mirino dell’Occidente soprattutto per il suo programma di arricchimento dell’uranio, che la leadership iraniana proclama necessario per soddisfare i fabbisogni energetici di un Iran troppo dipendente dai giacimenti petroliferi e senza sufficienti raffinerie per lavorare l’oro nero. Stati Uniti e Europa, però, sono convinti che la Repubblica Islamica voglia dotarsi di energia nucleare per scopi bellici, e inizia un lento ma inesorabile iter di sanzioni sempre più pesanti nei confronti dell’Iran che finiscono per provocare la più grave crisi economica nel Paese dal dopo Rivoluzione.

Il nucleare è anche un problema interno: è indubbio che Ahmadinejad, acceso fautore del nucleare, sia l’espressione della casta dei militari, cresciuta dopo il conflitto contro l’Iraq degli anni ’80: essi vogliono il nucleare come rivincita anche sul potere “clericale”, sapendo altresì manipolare la questione a proprio vantaggio, attirandosi simpatie e consensi pure tra gli iraniani che gli sono contrari in politica interna. Il nucleare, infatti, si può dire sia l’unico argomento su cui regime, opposizione e società civile siano d’accordo. Il muro internazionale anti-nucleare è, infatti, costruito anche a suon di sanzioni penalizzanti la popolazione iraniana, la quale sopporta così tutte le conseguenze della lotta tra Iran/resto del mondo.

Emblematica la situazione creatasi a causa del razionamento della benzina, deciso dal governo di Teheran all’inizio dell’estate 2007: solo tre litri di carburante al giorno per ogni cittadino, assurdo per un paese che naviga nel petrolio, ma inevitabile se si pensa che l’Iran non possiede raffinerie, così che è costretto ad importare benzina, facendola poi pagare ad un prezzo inferiore al suo reale costo ai cittadini.

La questione del nucleare genera comunque consenso per Ahmadinejad addirittura tra i feroci oppositori del regime, per motivi soprattutto di orgoglio nazionale, un tasto che chi detiene il potere nell’Iran post-rivoluzionario sa abilmente toccare. Le ragioni di Teheran sul nucleare si basano sostanzialmente sul fatto che la popolazione iraniana è aumentata in modo esponenziale e, pur essendo il paese ricco di petrolio e di gas, queste risorse non saranno sufficienti nei prossimi decenni per garantire energia sufficiente al consumo interno. Ma anche sul prestigio da difendere Teheran sente come discriminatorio l’essere circondata da potenze nucleari (India, Pakistan, Israele, gli stessi Stati Uniti presenti militarmente in modo massiccio nell’area, in Iraq e in Afghanistan) alcune delle quali non hanno neppure firmato il “Patto di non proliferazione” siglato invece dall’Iran cui si vuol impedire l’arricchimento dell’uranio.

Nel giugno 2009 Ahmadinejad si ripresenta alle urne per essere confermato nel secondo mandato: ma l’opposizione, che sembrava sonnacchiosa fino a qualche giorno prima delle elezioni, si sveglia, e il 12 giugno accorre in massa alle urne per votare un candidato moderato, Mir-Hossein Moussavi.3 Il Ministero degli Interni proclama Ahmadinejad vincitore, ma i suoi oppositori contestano il risultato e i loro seguaci si riversano nelle strade del Paese, dando via ad un intenso movimenti di protesta chiamato Onda Verde. La protesta dura per settimane, con un bilancio di civili morti, numerosissimi incarcerazioni e un clima di proteste e tensioni che si prolunga per oltre un anno. La Guida Suprema, Khamenei, si schiera a difesa del Presidente, ma dopo qualche tempo le tensioni tra i due leader aumentano. Ahmadinejad contesta apertamente non solo alcune disposizioni di Khamenei: in privato egli addirittura contesta il principio del velayat-e faqih,il governo del giureconsulto, principio su cui si basa l’autorità della Guida Suprema e l’intero sistema politico iraniano post rivoluzionario.

La frizione tra Ahmadinejad e la Guida Suprema scoppia virulenta nella primavera 2011, allorché il Presidente della Repubblica esonera Heydar Moslehi (uomo di Khamenei) dal suo incarico di Ministro dei Servizi Segreti, ma la Guida Suprema reintegra immediatamente il suo protegè.4 Superata l’umiliazione, Ahmadinejad insiste esonerando altri ministri, tra cui quello preposto al petrolio, pretendendo di assumerne l’incarico, incorrendo così nella censura tanto del Parlamento quanto del Consiglio dei Guardiani. I vari organismi istituzionali si mettono allora sulle tracce delle attività (vere e/o presunte) illecite del Presidente della Repubblica, riguardanti soprattutto la sfera economica (uso improprio di risorse dello Stato, corruzione, favoreggiamento di alcuni gruppi rispetto ad altri ecc.) e ora premono per la rimozione di Ahmadinejad dal suo incarico.

Da Ahmadinejad a Ahmadinejad? Elezioni 2013 e prospettive per una nuova leadership

Ovviamente, Mahmud Ahmadinejad non pensa di ritirarsi dalla vita politica, bensì di continuare ad esercitare il potere passando il testimone al suo traccio destro Esfandiar Rahim Mashai, il quale pare aver posto la propria candidatura alla Presidenze della Repubblica in modo non ancora “ufficiale” durante le celebrazioni di fine Ramadan.5 Ahmadinejad ha ancora alleati su cui contare, raggruppati nel Jebeh-ye Peydari, o Fronte di Resistenza, intesa come forma di opposizione alle spinte “anti rivoluzionarie” verificatesi durante le proteste del post elezioni 2009. Il suo capo carismatico è l’ayatollah Yazdi, il più fedele alleato di Ahmadinejad fra i circoli religiosi di Qom e, come bene specificato nel suo sito,6 il Peydari non intende sottoscrivere compromessi con nessuno.7 I suoi più acerrimi nemici (e competitori nelle elezioni 2013) sono ‘Ali Larjani, abile politico che ha ricoperto vari incarichi nell’Iran rivoluzionario, attualmente capo del Parlamento, e Mohammad Bagher- Qalibaf, sindaco di Tehran, anch’egli aspirante Presidente.
Il Paydari è un gruppo minoritario che ha subito numerose batoste nella sua breve vita, ma vitale e presente, anche in Parlamento. E in questa delicata fase della politica iraniana, tutto è possibile. Se nelle elezioni del 2005 l’attenzione dei conservatori era tutta rivolta a far fronte comune per impedire l’ascesa di un altro moderato (dopo i due mandati di Mohammad Khatami), ora i conservatori sono profondamente divisi in circoli di potere, ciascuno con adepti importanti e fonti di finanziamento che ne permettono l’esistenza, e in competizione l’uno contro l’altro.
In questa bagarre potrebbero forse inserirsi i moderati, i riformisti, coloro che si ispirano a/ispirano l’Onda Verde. Certo il sistema di potere non è cambiato, il gioco di veti incrociati alle candidature presidenziali rimane monolitico ed è saldamente in mano ai conservatori. Ma questi oltre 33 anni di regime rivoluzionario ci hanno abituati a sorprese,8 soprattutto per quanto riguarda l’indomito spirito degli iraniani, i quali nonostante tutto, corrono alle urne e si versano nelle strade sfidando la morte quando pensano che il loro voto sia stato manipolato.

Per approfondire:

  1. 1  Iran: http://www.iran-newspaper.com/1391/5/23/Iran/5151/Page/3/Index.
    Ultima consultazione agosto 2012.
  2. 2  Iran Chamber: http://www.iranchamber.com/history/mahmadinejad /mahmoud_ahmadinejad.php.
    Ultima consultazione agosto 2012.
  3. 3 Mousavi, comunque, ha svolto funzioni di prim’ordine nei primi anni della Rivoluzione, da Ministro degli esteri a Primo Ministro.
  4. 4  Farideh Farhi, “Is the Khamenei-Ahmadinejad spat reshaping iranian politics?”: http://www.iss.europa.eu/uploads/media/Is_the_Ah medinejad- Khamenei_spat_reshaping_Iranian_politics.pdf. Ultima consultazione agosto 2012.
  5. 5  Secondo Farda news: http://www.fardanews.com/fa/news/218927.
    Ultima consultazione settembre 2012.
  6. 6 http://www.jebhepaydari.ir/main/index.php?Page=definition&UID=1122.
    Ultima consultazione settembre 2012.
  7. 7 Differenziandosi, in questo, da altri centri di potere conservativi, rappresentati, ad esempio, da Mohsen Rezaie, già candidato alle elezioni del 2009, il quale ha dichiarato di essere disposto ad alleanze tanto con i gruppi moderati quanto con quelli più conservatori.V. Mehrnews: http://www.mehrnews.com/fa/newsdetail.aspx?New sID=1635864.
    Ultima consultazione settembre 2012.

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